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Quello che dovremmo sapere prima di scegliere i jeans

Abiti pulitiUn paio di mesi fa ho letto un’indagine di Altroconsumo che ha valutato l’impatto ambientale ed etico dei jeans, senza dimenticare gli eventuali rischi per la salute dei consumatori, nel caso che i tessuti utilizzati non rispettino appieno le norme.

Sono state effettuate analisi al fine di cercare l’eventuale presenza di sostanze chimiche  pericolose, (cancerogene o fonti di allergia) ovvero: ammine aromatiche (composti derivanti dai coloranti), metalli pesanti, pesticidi, formaldeide, solventi (benzene e toluene), dimetilfumarato (conservante contro funghi e umidità, peraltro vietato in Europa).

Leggo che fortunatamente la maggior parte dei jeans non contiene alcuna di queste sostanze.

C’è però da considerare che in tre modelli (Lee, Levi’s e H&M), le analisi hanno rilevato tracce di due metalli pesanti (arsenico e antimonio) e di formaldeide (conservante, irritante e cancerogeno), anche se in quantità tale da non destare preoccupazione; è sufficiente un lavaggio preliminare (sempre consigliato) per eliminarle.

Diversa la situazione invece per un modello della Wrangler, in cui è stato riscontrato un rilevante contenuto di rame.

E’ vero che non essendo previsti limiti di legge sul rame negli indumenti, non è possibile affermare che è un prodotto illegale o pericoloso, tuttavia esiste un’indicazione (certificazione UNI), che raccomanda una soglia inferiore ai 50 mg per kg, che il jeans Wrangler supera.

I  buoni del test: Diesel – G-Star raw – Hugo Boss – Jack & Jones – Salsa – Zara jeans – Nudie jeans

I mediocri (accettabili secondo Altroconsumo): Lee jeans – Levi’s

Pessimo: Wrangler

Andiamo oltre….

Pochi sanno che l’effetto “usato”, un invecchiamento artificiale tramite scoloritura di determinate parti del jeans, è ottenuto quasi sempre con una tecnica che mina la salute dei lavoratori: la sabbiatura (sandblasting). La sabbiatura può uccidere, se eseguita manualmente e senza adeguate protezioni.

Questo perché la silice contenuta nella sabbia, che i lavoratori spruzzano con un compressore sulle parti del jeans da trattare, finisce nell’aria che respirano. In questo modo contraggono una forma acuta di silicosi, una malattia polmonare che può portare alla morte, dal momento che non esistono cure.

I primi casi sono stati scoperti in Turchia nel 2005. Si stima che da allora siano 5.000 gli operai affetti da silicosi, ma il fatto che lavorino spesso in laboratori dell’economia sommersa, rende il fenomeno quantificabile solo in maniera approssimativa.

Finora i morti accertati sono una cinquantina. Nel 2009 la Turchia ha bandito la sabbiatura, ma il l’ovvio risultato che ha semplicemente spostato il trattamento in paesi con meno controlli (Cina, India, Bangladesh, Pakistan e in parte nel Nord Africa).

Per i consumatori non è infatti possibile verificare, semplicemente osservando e toccando il jeans vintage, in quali condizioni e con quali metodi è stato ottenuto l’invecchiamento.

Ma non lo è neanche per un laboratorio chimico, dato che le tracce di silice svaniscono dopo il lavaggio del capo.

Quindi, per non rendersi nemmeno indirettamente complici dei possibili gravi rischi a carico del lavoratori, sarebbe meglio NON acquistare modelli scoloriti.

Afferma Deborah Lucchetti, portavoce della campagna Abiti Puliti e presidente di Fair:

“Se i jeans schiariti piacciono tanto dipende anche dagli stilisti. È la moda che detta ai consumatori gusti e preferenze, è arrivato il momento di responsabilizzare i designer».

(Paoblog: Apro una parentesi personale agganciandomi a quanto scritto sopra. Vi è uno stilista che finanzia progetti  per portare l’acqua in Africa, ad esempio,  tuttavia se poi permette trattamenti che nuocciono alla salute degli operai, va da sè che con una mano ti dà l’acqua e con l’altra ti toglie la salute.

E’ assolutamente necessaria più Etica, anche se a discapito di un pò di fatturato.  So per certo che i jeans firmati da certi stilisti milanesi, sono acquistati in Turchia a 25 € e rivenduti in Italia a 250, per cui il margine economico per produrre in sicurezza, c’è…)

E’ quindi necessario stoppare l’effetto vintage sui jeans ottenuto con la sabbiatura, un processo che nei lavoratori può provocare la silicosi. I produttori dicono che se fatta con tutti i crismi, la sabbiatura non è pericolosa. Non è vero.

Questa tecnica va assolutamente eliminata, perché non c’è modo di garantire che lungo le filiere internazionali del lavoro e della produzione siano adottate le necessarie misure di sicurezza per renderla innocua.

Quali sono queste misure?

Bisognerebbe lavorare in condizioni di totale separazione dell’ambiente: ogni operaio, per evitare di entrare in contatto con la polvere di silice contenuta nella sabbia sparata sul denim, dovrebbe indossare uno scafandro, come un astronauta.

Inoltre dovrebbe rimanere in cabine che hanno sistemi di aspirazione costantemente monitorati, in un ambiente che sia ripulito di continuo.

Cosa che in pratica non avviene, perché risulterebbe antieconomico: bisogna installare attrezzature costose, per di più il lavoro degli operari così equipaggiati sarebbe più lento, a scapito della produttività.

Come giustamente sottolinea la Lucchetti: dovrebbero essere gli Stati a bandire queste lavorazioni, ma sappiamo bene che in ogni caso le leggi non sono sufficienti.

La Turchia, in ogni caso, nel 2009 lo ha fatto, ma l’80% degli operai del tessile lavora nell’economia sommersa, in laboratori di subfornitura, che continuano, su domanda di imprese straniere, a produrre jeans con questa tecnica.  Per questo è importante chiedere agli stilisti di non disegnare questi modelli.

(Paoblog: E qui torna di prepotenza la mia utopia di un boicottaggio dei furbetti, l’unica via per fargli cambiare rotta. Tocchiamogli il portafogli ed allora vedi come si adeguano...)

Esistono tecniche alternative?

Sì, ma la sabbiatura resta il metodo più economico, e quindi il più diffuso. E poi è versatile, perché riesce a dare al jeans un look scolorito in parti ben precise (sulle cosce, sulle ginocchia…). Il laser potrebbe essere un’alternativa, ma è molto più costoso.

Altri metodi, come l’uso di sostanze chimiche (tra cui permanganato di potassio) e il lavaggio con la pietra, sbiancano in maniera uniforme. Nessuno di questi metodi è però privo di rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori.

Quali marchi si sono impegnati a sospendere la sabbiatura?

Ce ne sono alcuni che hanno già sospeso la tecnica, altri che si sono impegnati a farlo, altri ancora hanno già stabilito con quali tempi e garanzie lo faranno.

L’elenco completo lo si può consultare sul sito Abitipuliti.org. Ma accanto a questi, ci sono quelli che rifiutano di eliminare la tecnica oppure non forniscono informazioni sulle politiche aziendali che riguardano la sabbiatura.

(Paoblog: Sarò perfido, ma viene lecito chiedersi perchè non forniscono informazioni in merito. Qualcosa da nascondere?)

Fra i marchi che non collaborano, Roberto Cavalli e Dolce & Gabbana; questi ultimi hanno censurato i messaggi lasciati sulla loro bacheca Facebook con la richiesta di sospendere questa lavorazione.

Eppure, considerato il prezzo dei loro capi, avrebbero margini più ampi e tutto l’interesse, anche reputazionale, a investire in tecniche più sicure. I marchi del lusso italiani,  tranne Gucci (che pratica una responsabilità di filiera) si sono rivelati irresponsabili. E insensibili ai nostri appelli.

Diversamente da quanto scritto a suo tempo nell’articolo di Altroconsumo, pubblicato nel luglio 2011, ho verificato sul sito di Abitipuliti, che:

Versace ha recentemente annunciato la messa al bando della tecnica del sandblasting per la produzione dei suoi jeans,  così come ha fatto Armani.

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