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I consumatori puntellano gli agricoltori: senza equità danni per tutti

Se fino a poco tempo fa, almeno per quanto riguarda le relazioni di filiera in Europa, i consumatori si sono sempre dimostrati interessati più ai prezzi da saldo che non alle entrate per piccoli produttori e agricoltori, da oggi si respira una nuova aria. Un’aria nuova che sembra porre fine alla alleanza implicita e di lungo corso tra retail e consumatori: noi vi garantiamo prezzi bassi sempre, voi non ci fate la lotta.

(Retail è traducibile in vendita al dettaglio… 😉 )

Negli anni in Europa si era creato un contesto di favore per i consumatori: la direttiva sulle relazioni B2C infatti, e prima ancora il Trattato sul Funzionamento della UE, vedevano i consumatori come soggetto centrale da tutelare sulla scena. E la concorrenza aveva come scopo principale quello di creare condizioni favorevoli per i consumatori.

Da qualche anno però anche le piccole e medie imprese, sottoposte di prassi a contrattazione iniqua o vessatoria, stanno uscendo allo scoperto, sia con iniziative nazionali più o meno volontarie, sia con pressioni alla Commissione Europea per legiferare in materia tramite regolamento o direttiva.

Nelle ultime settimane poi si è assistito al naufragio del tentativo di un modello volontario di adottare buone pratiche commerciali in tutta la UE, tramite lo sforzo congiunto delle più rappresentative sigle di categoria (industria, commercio e retail, agricoltori).

Tale modello, infatti, è stato criticato da Copa Cogeca come inefficace: le richieste più serie avanzate dagli agricoltori non sono state prese in considerazione (tempi certi di risoluzione delle controversie per via extra-giudizale, partecipazione all’accordo quadro volontario di almeno il 75% dei soggetti economici misurati sul fatturato, comitato di governo indipendente da interessi particolari) che è uscita dall’iniziativa.

Ed ora i consumatori escono allo scoperto: non ci interessano più solo i prezzi corti, ma anche la sostenibilità della filiera alimentare nel lungo termine, senza la quale, i produttori non saranno più in grado di produrre cibo sicuro, di qualità. E’ una svolta epocale, ripresa da un report pubblicato da Consumers International, dal titolo: “The relationship between supermarkets and suppliers: what are the implications for consumers?

L’aspetto interessante è l’approccio globale:se le filiere agrofood sono sempre più globali, la risposta dai consumatori deve arrivare dallo stesso livello per essere efficace.

Il resto dell’analisi non è nuova, se è vero che sottolinea la crescente concentrazione del retail in capo ad un numero sempre minore di soggetti. Ma nuovo è l’affrancarsi rispetto al retail, che da sempre ha preteso di fare tutto nell’interesse dei consumatori e assecondandone la domanda. Tale assunto è in discussione: il retail impone scelte spesso obbligate ai consumatori, o ne forgia le richieste in modo invisibile.

Bisogna allora definire meglio cosa è “buyer power” (inteso come la capacità di ottenere prezzi più bassi possibili oltre quelli che una concorrenza anche spinta potrebbe consentire), acclarato che danneggia tutti- produttori e consumatori-, e adottare modelli di governo azionabili e vincolanti.

La Commissione Europea, che già si era detta favorevole a iniziative legislative “hard” dopo l’uscita degli agricoltori del tavolo negoziale volontario entro il Gruppo di Alto Livello, ha ora un elemento in più per agire.

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