in sintesi un articolo che leggo su Divini.corriere.it
Da qualche anno si parla sempre più di vino naturale, biologico, biodinamico. La confusione legislativa era pari a quella delle definizioni.
Così ci ha pensato l’Europa ad approvare un regolamento che stabilisca quale sia il vino biologico (prima si potevano certificare solo le uve e non il vino). L’Italia ha recepito per prima questa legge, approvata in febbraio ed entrata in vigore il primo agosto.
Consentirà di portare nelle enoteche e nei supermercati etichette certificate bio. Quella in corso in queste settimane è quindi la prima vendemmia all’insegna del biologico, e non riguarda solo i 52 mila ettari dei vignaioli verdi.
Riguarda tutti i produttori, comprese le aziende più grandi che devono adeguare l’offerta di nuove bottiglie alle richieste di un mercato sempre più orientato a scelte di consapevole allontanamento dalla chimica.
Poteva essere, questa norma, una grande occasione, attesa peraltro da 20 anni.
Invece le pressioni dei tedeschi hanno fatto scattare la sindrome del gattopardo di Tomasi di Lampedusa: cambiare tutto per non cambiare niente.
Il tema controverso è stato proprio quello dell’anidride solforosa. I tedeschi hanno chiesto e ottenuto di tenere alti i livelli di solforosa, perché ne hanno bisogno al contrario dei produttori del Sud dell’Europa che possono contare sull’aiuto del clima.
L’accordo raggiunto è questo: è possibile aggiungere solforosa fino a 150 milligrammi per litro nei vini bianchi, 100 nei vini rossi. Il paradosso è che molti produttori italiani sono già ad un livello molto inferiore.
Quindi a chi serve questa legge?
Una soluzione andava comunque trovata — spiega Riccardo Ricci Curbastro, presidente di Federdoc e produttore in Franciacorta — ma questo è stato un compromesso al ribasso.
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