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Vittime della strada: nella “Giornata del ricordo” delle 40 vittime di Acqualonga non parla nessuno

di Maurizio Caprino

Ai tanti che non se ne sono accorti, ricordiamo che domenica scorsa si è tenuta la Giornata mondiale del ricordo delle vittime della strada.

Ho atteso tutta la giornata di lunedì per accertarmi che fosse andata come negli anni precedenti: celebrazioni religiose, grida contro alcol e droga, richieste che si istituisca nel Codice penale il reato di omicidio stradale.

Come se quest’anno, anzi soli quattro mesi fa, non fosse successa una tragedia che dovrebbe far cambiare prospettiva ai ragionamenti: la strage di Acqualonga.

Furono 40 le vittime, il numero più alto mai registrato in Italia per un incidente stradale.

E non furono certamente ammazzate né dall’alcol né dalla droga, ma da un guasto meccanico (che difficilmente si capirà se sia stato fortuito o legato a carenze nelle revisioni) e da un guard-rail in condizioni tanto deteriorate da attirare subito i sospetti degli inquirenti.

Subito dopo è diventato finalmente pubblico quello che finora solo una ristretta cerchia di addetti ai lavori sapeva: sulle autostrade italiane, che ci costano un pedaggio tutte le volte che percorriamo, le carenze strutturali non sono rare. Anche in opere recenti, in alcuni casi perché affidate a imprese in odor di camorra.

Ce n’è abbastanza per riflettere, nella Giornata del ricordo. Tanto più in un Paese come l’Italia, dove a far crollare infrastrutture ci si mettono pure le alluvioni, come accaduto stanotte in Sardegna. Altro che le solite storie su droga e alcol.

Però le 40 vittime che ci raccontano quest’altra verità scomoda non sono state ricordate. E alle condizioni delle strade sono stati dedicati solo accenni fugaci, come ha fatto Giordano Biserni che le ha definite “intollerabili”.

Perché questa sottovalutazione?

Certamente c’è un problema culturale, ben rappresentato da chi per definizione rappresenta il Paese: il Presidente della Repubblica.

Infatti, Giorgio Napolitano fu tanto pronto a proclamare il lutto nazionale e dichiarare che quella tragedia era inaccettabile (Download EstrazionePdf5) quanto adesso è stato sciatto nel limitarsi a proclamare una fredda e formale adesione alla Giornata, senza spendere una parola su Acqualonga.

Dell’unica alta autorità che ha scritto un messaggio vero e proprio per l’occasione, il ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri, si può solo immaginare con quanta attenzione lo abbia fatto, vista l’incresciosa vicenda giudiziaria con la famiglia Ligresti che proprio in questi giorni sta rischiando di travolgerla.

Dal ministero delle Infrastrutture, invece, silenzio tombale. Eppure, il dicastero fa parte dello stesso Governo il cui capo, Enrico Letta, dichiarò commosso da Atene (dove fu raggiunto dalla notizia della strage) che la sicurezza stradale era una priorità.

D’altra parte, non ci si poteva attendere altro che il silenzio da un ministero che non apre nemmeno un’inchiesta di maniera sulla strage di Acqualonga.

E che – addirittura per bocca del ministro, Maurizio Lupi – dopo pochi giorni dalla tragedia magnifica le sue strutture di controllo (Download EstrazionePdf1), quando si tratta di tranquillizzare il Senato sulla serietà dei gestori autostradali, passati quasi immacolati al loro vaglio.

Salvo poi dichiarare di non poter controllare, perché un controllo davvero serio non rientra fra i suoi poteri (e, se vi rientrasse, non avrebbe più gli uomini per provvedere).

Insomma, qui più che di carenza culturale c’è una sorta di acquiescenza a un sistema in cui i controllori non fanno tanta paura ai controllati, anzi a volte manifestano una certa vicinanza. E sulla tragedia di Acqualonga i controllati hanno solo interesse che se ne parli il meno possibile, facendo passare in fretta la buriana.

Si spera sia invece per pura carenza culturale (nel senso sia di competenza tecnica sia di sensibilità verso il tema) che lo stesso oblio ha pervaso i giornali e i media in generale: a questa tragedia Bruno Vespa non ha sentito il dovere di dedicare non dico un plastico “modello Cogne” ma almeno qualche minuto, mentre le testate più prestigiose hanno schierato ad Acqualonga i loro migliori inviati. Cavandone pochino (di certo non più di quanto abbia cavato io dalla mia scrivania di Milano, occupandomi della vicenda in solitudine e praticamente nel tempo libero) e talvolta scrivendo cose fuorvianti.

Per esempio, descrivendo come scandaloso il fatto che il bus precipitato dal viadotto aveva sulle spalle un milione di chilometri, cosa che invece è del tutto normale – anzi pure sottostimata – in un veicolo del genere con 18 anni di età, perché i bus sono un po’ come aerei e navi, cioè fatti per essere usati a lungo, a patto di ricevere una manutenzione regolare.

Carenze culturali ci sono state anche all’inizio delle indagini: come troppo spesso accade, il luogo di una tragedia stradale non è stato trattato come la scena di un crimine (compatibilmente con l’esigenza di soccorrere i feriti e trovare i morti, è ovvio), tanto che non si è trovato il disco del cronotachigrafo del bus ( Download EstrazionePdf) e questo sta compromettendo la ricostruzione dell’accaduto.

Fortuna che c’è ancora un gruppetto di servitori dello Stato (quello vero, nel quale dobbiamo riconoscerci nonostante tutto) che per la magra paga che riceve (e che stride con gli onorari di altri esperti) sta ancora facendo di tutto per far emergere la verità. Voglio indicarveli come esempio, per credere ancora nelle istituzioni. Altrimenti è la fine.

La gente stessa continua ad emozionarsi di più per il naufragio della Costa Concordia, che ha fatto meno vittime e ben difficilmente potrà toccare in modo diretto l’italiano medio, visto che le persone che vanno in crociera non sono poi tantissime (sono comunque meno di quelle che percorrono – abitualmente o saltuariamente – le autostrade).

E allora ricordiamo qui l’emozione di quei giorni di fine luglio. Guardate questa foto, scattata sotto il viadotto Acqualonga.

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