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Il tempo che ti piace buttare, non è buttato. (J. Lennon)

Un libro: Pesce d’aprile. Lo scherzo del destino che ci ha reso più forti

Un anno e mezzo fa avevo letto un’intervista a Bocci nella quale lamentava quello che la moglie ripete nell’intervista su Vanity Fair dove, insieme al compagno*, parla del libro che segnalo oggi.

Per lei la patente per disabili ha significato libertà, anche se ancora oggi “trovare i parcheggi riservati è fondamentale.” Le litigate, in questo senso, sono all’ordine del giorno.

Quando qualcuno occupa un posto per handicappati vado lì e chiedo: c’è l’ha il permesso? Ogni tanto io stessa lascio libero il posto all’entrata: ma per qualcuno che sta sulla sedia a rotelle, mica per il furbo di turno.

Con l’asterisco (*) accanto al termine compagno, quando stavo per scrivere marito, così come nella riga precedente ho scritto moglie riferendomi a Daniela Spada, mi serve per segnalare un altro passaggio dell’intervista che non c’entra con il decorso della malattia di Daniela, ma con un problema reale che coinvolge molti cittadini che, per quanto riguarda lo Stato, sono di serie B.

I medici dissero “voi fate i parenti”. Ma anche fare i parenti, per una coppia non sposata, non era così scontato.

“Se Cesare non fosse stato famoso, forse in ospedale nemmeno lo avrebbero fatto entrare: per la legge, lui per me è nessuno.”

Una legge di questo tipo è vessazione, limitazione di vivere la propria vita affettiva. E’ ingiusta.

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La prima domenica a casa dopo il parto con la piccola Mia che aspetta di essere allattata, poi un improvviso dolore cancella tutto. È il 1° aprile 2000.

Daniela Spada si risveglierà dal coma dopo venti giorni per ritrovarsi in un incubo ancora più grande: il lungo percorso per riprendersi dalle conseguenze di un ictus bastardo che ha colpito il cervelletto.

«Non camminerà più», avverte il medico. «Vaffanculo» è la risposta del compagno Cesare, che ha più fiducia nella forza della sua donna che nelle diagnosi.

E il tempo gli dà ragione: lottando contro il dolore e lo sconforto, contro un servizio sanitario a volte poco umano, e contro il rimpianto per tutto quello che l’ictus si è portato via – i primi mesi di Mia, il lavoro, la moto, il sax, lo sci d’acqua, il ballo… Daniela si è rimessa in piedi, più coraggiosa di ogni pronostico: ha ripreso a guidare, si è inventata una nuova professione e ha recuperato giorno dopo giorno il rapporto speciale con la figlia.

A distanza di sedici anni, Daniela e Cesare hanno deciso di raccontare la loro storia, per dimostrare che un ictus non è la fine del mondo e, a modo suo, ha lasciato anche inattesi regali: straordinarie prove d’affetto, la scoperta di una forza insospettata , una famiglia sempre più solida.

Perché, come dice Daniela, «invece di pensare a quello che non potete più fare, pensate a quello che avete in più».

 

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