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Un libro: Io e Mabel ovvero L’arte della falconeria

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L’improvvisa morte del padre getta Helen Macdonald in una cupa depressione. Ma un sogno ricorrente le fa scattare una sorta di epifania: per uscire dal gorgo addestrerà un astore, un grosso e feroce rapace.

La prima apparizione della bestia dallo scatolone che la trasporta, illuminata da uno squarcio di sole, ha la qualità del miracolo spaventoso, del monstrum medievale («Un rettile. Un angelo caduto. Un grifone dalle pagine di un bestiario miniato»). Macdonald si dedica esclusivamente all’astore, in un isolamento ossessivo.

Il racconto dell’addestramento, dell’osservazione del comportamento della giovane Mabel (cosí chiama infatti il rapace), della paura, della fascinazione e della strana tenerezza che prova per l’animale sono resi in una lingua che, di volta in volta, si trasforma e si adatta: l’asciuttezza degli episodi piú emotivi, la bellissima precisione terminologica dell’argot della falconeria, la tenerezza del ricordo; le incantevoli descrizioni del mondo naturale in cui Macdonald e il suo rapace sono immerse durante gli allenamenti, e dove il linguaggio fiorisce al massimo della sua ricchezza, del suo lirismo e della sua potenza.

Sono infiniti gli spunti all’interno di questo libro singolare, grazie alla visione analitica, esatta e immaginifica dell’autrice, infiniti i dettagli rivoltati e osservati da una nuova angolazione, cosí come il padre le aveva insegnato, e nonostante la loro apparente autonomia sono tenuti insieme con una coesione sorprendente, in una composizione perfetta e senza sbavature.

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Questa voce è stata pubblicata il 27 giugno 2016 da in L'angolo dei libri - Le nostre segnalazioni con tag , , , , .
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