di Simon Beckett
Superpocket – Pagg. 454 – € 6,90 > lo vendo ad € 4,00 spedizione inclusa
Trama: All’interno del bungalow, la vittima giace nuda, supina su un tavolo, legata mani e piedi, con evidenti ferite d’arma da taglio, inferte quando, forse, era ancora in vita. La temperatura all’interno dell’edificio supera i 43 gradi.
Una sedia davanti al corpo fa pensare che l’assassino abbia assistito allo spettacolo degli ultimi attimi di vita della vittima. Ma un particolare risulta incoerente: l’avanzato stato di decomposizione del corpo induce a pensare che il decesso sia avvenuto da almeno 6 giorni.
Eppure il bungalow risulta affittato solo da 4 giorni. Le uniche impronte sulla scena, inoltre, risalgono a un certo Dexter, morto sei mesi prima. Almeno così registra l’anagrafe. È chiaro che l’assassino non solo è molto astuto e non lascia tracce; non solo è molto cattivo; è anche, scientificamente, molto preparato.
Dopo “La chimica della morte” e “Scritto nelle ossa”, continua la saga di David Hunter. Stavolta lo scenario è la Body Farm di Knoxville, nel Tennessee, l’unico laboratorio al mondo dove si utilizzano autentici cadaveri umani per studiarne il processo di decomposizione all’aperto.
E stavolta Hunter conduce l’indagine con il suo maestro, Tom Lieberman. Insieme affrontano una nuova, sconcertante avventura nel regno del male e della scienza.
Letto da: Paolo
L’incipit
Opinione personale: Questo è il terzo libro che leggo si questo autore e ritengo che sarà anche l’ultimo. Come dicevo l’altro giorno a mia sorella, la qualità di un libro la giudico dal finale che deve essere credibile, evitando colpi di scena senza fine tipici dei film d’azione Usa.
Dopo aver letto La chimica della morte, scrivevo che: …nel finale si perde di vista il realismo e successvamente per Scritto nella ossa: la lettura dell’epilogo rovina il piacere della lettura appena terminata, aggiungendo il classico colpo di scena inverosimile, che stona completamente.
Anche in questo caso, dopo una lettura che scorre bene, tutto sommato, eccomi alle prese con un finale che fa realmente cadere le braccia, per l’invenzione in parte telefonata; gli atti finali vengono infatti dilatati in maniera forzata il che mi ha messo sul chi vive, facendomi pensare “non mi farà mica succedere questo e quello?”
Si, lo fa…e vien voglia di lanciare il libro dalla finestra.
Una nota a margine, decisamente a carattere personale. Così come mi sono stufato dei commissari problematici, sempre in lotta con un carattere di M…, con la bottiglia o incazzati con il mondo, ecco che cominciano ad essere irritanti questi thriller di marca Usa con assassini seriali che ammazzano almeno 30 o 40 persone.
Non che li abbia trascurati, prima, tuttavia mi avvicino sempre più ai gialli europei, che mi danno molte più soddisfazioni ed un piacere di lettura molto intenso; cito a caso, quale esempio, la trilogia dell’isola di Lewis di Peter May, F. Ani o William McIlvanney e via dicendo.