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Il tempo che ti piace buttare, non è buttato. (J. Lennon)

Un libro: Molto forte, incredibilmente vicino

 

Testi & foto di Mikychica.lettrice 

Nella prima metà del romanzo mi sono davvero sentita combattuta, mi trovavo lo sviluppo della trama parecchio confuso e le situazioni in cui si trovava il protagonista inverosimili. Soltanto nei capitoli finali si ottiene una spiegazione chiarificatrice, benché personalmente ritengo alcuni comportamenti ed azioni al limite dell’irrealtà, come ad esempio il fatto che la maggior parte dei Black di New York siano disposti ad assecondare un bambino e sua madre; è stato fortunato a non incontrare gente violenta o poco disponibile.

Non mi è piaciuta neppure la risoluzione del mistero della chiave: l’ho trovata troppo semplice, e non capisco come si possa optare per una scappatoia del genere dopo aver curato tanto i dettagli nei capitoli precedenti.

Il disappunto più grande è stato però causato dalla superficialità con cui Foer parla dell’autolesionismo in un bambino delle elementari!

E anche questo è un elemento irreale, perché se può essere verosimile lasciare il proprio figlio libero di esplorare la città, non lo è di certo ignorare i lividi che si procura in svariate occasioni, io sono mamma quindi non sorvolerei mai su una cosa del genere.

I lati positivi sono quando accosta vari punti di vista dello stesso evento per colmare con le informazioni di uno i buchi narrativi dell’altro.

Geniale l’impaginazione delle lettere dei nonni di Oskar . Mi sono commossa soltanto al racconto di William Black e, soprattutto, leggendo l’intervista alla donna di Hiroshima.

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