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Che succede se il crash-test lo fa una ibrida?

di Maurizio Caprino

Un figurone l’aveva già fatto al crash-test Euroncap quando fu lanciata sul mercato, nel 2004. Ma all’epoca nessuno si preoccupò di verificare specificamente come si comportano in caso d’incidente le sue parti meno conosciute e presumibilmente delicate: batterie, inverter e circuito elettrico in generale.

Sì, perché stiamo parlando di un’auto ibrida, che in un urto può dare seri problemi: ci sono in ballo tensioni da 200 a 500 volt e, se qualcosa va storto, potrebbero restare folgorati sia gli occupanti sia i soccorritori (che poi possono non essere solo vigili del fuoco ben addestrati, ma anche altri utenti della strada dotati di un minimo di senso civico e di timore di essere denunciati per omissione di soccorso).

Stiamo parlando della ibrida più diffusa al mondo, la Toyota Prius della serie precedente (quella che ha iniziato ad avere un po’ di successo presso i privati, prima del definitivo decollo che è previsto con quella attuale, lanciata l’anno scorso).

In mancanza di norme specifiche europee, la Dekra ha fatto nel suo centro prove tedesco un crash-test seguendo i parametri Usa e la Prius non ha fatto una piega dal punto di vista elettrico, nonostante avesse tre anni e 124mila chilometri all’attivo.

Dunque, la protezione dell’impianto si è dimostrata anche affidabile rispetto all’usura. In pratica, i sensori d’urto montati a bordo hanno funzionato bene, trasmettendo tempestivamente il segnale che ha poi scollegato istantaneamente le batterie, azzerando la tensione.

Insomma, la sicurezza pare assicurata. Quindi, possiamo tornare a concentrarci sugli altri dubbi che suscita l’ibrido: conviene o no? tra quanti anni potrebbe diventare diffuso?

Fonte: http://mauriziocaprino.blog.ilsole24ore.com/

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 27 ottobre 2010 da in Il mondo dell'automobile (e non solo), Sicurezza stradale con tag , , , , .
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