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Il tempo che ti piace buttare, non è buttato. (J. Lennon)

L’etica del caffè: cosa c’è “dietro” la produzione

Etica, caffè, resposabilità, inquinamento…
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Avevo letto a suo tempo un articolo su Il Fatto Alimentare che non mi aveva preso di sorpresa,, tuttavia di certo non era una notizia da TG.
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Come potrete leggere, al solito la lungimiranza è pari allo zero assoluto, anche se poi c’è un paradosso degno di nota in quanto il metodo di coltivazione va in controtendenza con la richiesta del mercato che invece chiede un prodotto coltivato al’ombra.
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”Diminuiscono le piantagioni di caffè arabica pregiato e di montagna, sostituite da coltivazioni intensive al sole che minacciano la biodiversità e depaupera i terreni.” >>> Approfondisci QUI
Leggi anche questo articolo dal quale ho tratto questo passaggio:

Per secoli la coltivazione del caffè è stata fatta crescendo gli arbusti sotto una coltre di alberi, e quindi all’ombra, ma qualche anno fa si è pensato che una coltura in un terreno soleggiato avrebbe potuto assicurare una crescita più rapida e una gestione più semplice.

In realtà l’esposizione delle piante al sole ha sconvolto l’ecosistema su cui si basa la crescita della pianta, facendo diminuire in modo drastico il numero di insetti, uccelli e funghi benefici.

un articolo che leggo su Altroconsumo

Arabica, Robusta o miscele. In polvere, in capsule o cialde. Di caffè ce ne sono di tante qualità e formati. Ma – andando oltre i piaceri del palato – ti sei mai chiesto anche cosa c’è dietro la produzione?

Nella nostra inchiesta abbiamo analizzato la documentazione disponibile sulla responsabilità sociale delle principali aziende produttrici e fatto dei sopralluoghi nelle piantagioni in Brasile ed Etiopia.

Il caffè sarà anche un piacere per i sensi, ma la tazzina nasconde anche un lato molto amaro, che è quello dei costi pagati da ambiente e lavoratori.

Deforestazione, suolo a rischio e pesticidi: spesso per far posto alle coltivazioni vengono sacrificate foreste equatoriali come è accaduto in Brasile, Vietnam, Colombia e Indonesia: basti pensare che l’80% degli 11,8 milioni di ettari piantati a caffè sono (o erano) foreste pluviali.

Le colture intensive comportano inoltre un’elevato impoverimento del suolo e un maggiore uso di pesticidi, mettendo a rischio l’elevata  biodiversità di questi paesi; senza contare il lavaggio dei chicchi, che avviene con sostanze chimiche molto inquinanti per le falde acquifere.

Strozzati dal mercato e dai rischi per la salute: l’enorme business della tazzina, che è secondo solo a quello del petrolio, sta schiacciando milioni di coltivatori.

Il 75% di questi sono piccoli produttori, in balia delle grosse aziende che impongono prezzi sempre più al ribasso per la materia prima, mentre il costo del prodotto finito al supermercato resta sempre pressoché invariato.

L’industria dei pesticidi, inoltre, vende a questi piccoli coltivatori prodotti a buon mercato molto tossici, con pericolose conseguenze per la salute: “Il problema maggiore dell’industria del caffè è il cancro”, ci dicono i rappresentanti del sindacato brasiliano Cresol.

Una buona notizia c’è: rispetto alla precedente inchiesta sulla responsabilità sociale delle aziende produttrici (2006), si registrano significativi progressi, ma si può fare molto di più.

Tra i marchi più impegnati e trasparenti della nostra inchiesta ci sono Illy e Altromercato. (gli altri valutati sono stati: Nestlé, Kimbo, Caffè Kosè, Splendid, Compagnia dell’Arabica, Caffè Corsini, Caffé Vergnano, Lavazza, Segafredo e Pellini).

Molti produttori hanno promosso azioni per assicurare ai lavoratori standard di vita accettabili, aderendo a codici di condotta e a certificazioni etiche ed ecologiche. Poche, però, le aziende che si sono attrezzate per valutare in modo diretto l’impatto delle proprie attività, per poi incentivare buone pratiche.

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