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Il tempo che ti piace buttare, non è buttato. (J. Lennon)

Un libro: Roma senza verso

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Un brano tratto dal libro (Fonte: Editori Laterza):

Tornando dall’edicola di Antonio, spesso invece di rifare via Merulana decidevo di scendere verso casa percorrendo il lato in ombra di via Boiardo, decisione che mi costringeva a imboccare a destra via Aleardi, cosa che fa sempre impressione perché, dopo appena qualche passo in questa stradina corta, dal traffico e dal rumore di via Merulana si piomba in un’atmosfera di silenzio ovattato, come a volte le strade hanno, o sembra verosimile che abbiano, nei sogni.

E via Aleardi, fin dalle prime volte che ci arrivavo nel 1989, accompagnando Pietro a casa al termine di una passeggiata, per salutarlo oppure salire su con lui a continuare qualche discorso iniziatocamminando, sembra in effetti quasi costruita ad arte, da uno scenografo in vena di ambienti angosciosi, per suggerire un clima e un ambiente lievemente, ma inesorabilmente, estraneo alla realtà circostante.

Il merito, o la colpa se si preferisce,di questa sensazione va attribuito in pari misura, secondome, al lungo muro di mattoni scuri, coronato da cocci dibottiglia e nell’ultimo tratto addirittura da filo spinato, che sistende lungo un lato della via, dominata dalla mole brunastra del Pontificio Ateneo Antoniano, di fronte ai normalissimi portoni umbertini dell’altro, e all’immagine, davvero incongrua, che chiude la prospettiva della via all’incrocio con via Boiardo: la facciata di un villino antico, straordinariamente candida e ornata di medaglioni e varie altre decorazioni inmarmo e a stucco, tra le quali un’aquila che sorregge il leggero balcone centrale, simbolo della famiglia dei marchesi Giustiniani, i primi proprietari dell’edificio, costruito all’inizio del Seicento.

Come è facile immaginare, e come si può vedere facilmente in qualunque vecchia mappa di Roma, prima che il marchese Giustiniani facesse costruire la villa e il famoso giardino che la circondava, era un pezzo di aperta campagna, vigne e orti delimitati da alti muri con qualche rovina romana o medievale immancabilmente piantata in mezzo a quella pace rustica come il monolite di 2001 Odissea nello spazio.

Nella grande pianta prospettica di Roma di Antonio Tempesta, nel 1593, non si vede in tutta l’area, delimitata da un alto muro, che una grossa torre militare quadrata dall’aspetto già diroccato. La bellezza dei particolari della pianta del Tempesta è tale che, quando si inizia a scrutarla, sembra proprio di venire risucchiati al suo interno.

In particolare quella torre scura, piantata in mezzo a uno spazio per me così familiare, anche se sotto tutt’altro aspetto, riesce a catturare la mia attenzione per un tempo lunghissimo – a volte ricopro mentalmente l’immagine sovrapponendole tutte le costruzioniche ci sono oggi al posto di quel pezzo di campagna, i palazzi e i cortili di via Merulana e di via Boiardo e le strade aperte dove prima c’erano sentieri e fratte, e allora mi viene in mente che quella torre non è mai stata abbattuta, ma si annida ancora lì, nel segreto dell’aspetto familiare delle cose,come una spina dorsale invisibile, ma che sostiene tutto il resto,e quando le cose come le conosciamo inizieranno, prima o poi, ad andare in polvere e frantumi, e il vento spazzerà le macerie dei crolli, il vecchio bastione,  fermo nella distruzione generale, tornerà alla luce, ostinato e reticente come lo sivede nella carta del Tempesta.

Verso la metà del Seicento, sia i giardini che la villa dei Giustiniani erano terminati. La facciata principale della villa era rivolta verso via Merulana, dove si apriva un bel portale, ornato da due cariatidi, che oggi è stato spostato a poche centinaia di metri da qui, sul Celio, all’ingresso del parco di Villa Celimontana.

I Giustiniani risiedevano poco in quel casino di campagna, tutto sommato scomodo, ma il marchese Vincenzo era uno di quegli aristocratici affetti dalla mania delle anticaglie, e aveva ornato il giardino, studiando le prospettive più pittoresche,  di statue romane, preziosi sepolcri scolpiti, cippi di colonne.

Oggi quasi tutte le tracce di questa passione sono scomparse e il villino, circondato da ogni lato dai palazzi scuri e anonimi di via Boiardo, ha tutta l’aria di un animale preso in gabbia, ridotto con la sua gentilezza mediterranea a sostenere un ruolo che non gli si addice. Ma la psicologia dei palazzi, e i suoi segreti moventi, mi sfuggono totalmente.

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Questa voce è stata pubblicata il 15 agosto 2016 da in L'angolo dei libri - Le nostre segnalazioni con tag , , , .
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