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Prigionieri del silenzio

Ieri ho letto un articolo che racconta degli italiani detenuti all’estero, purtroppo abbandonati dallo Stato italiano e senza che vi sia nessun aiuto, perlomeno informativo e di supporto, per i familiari che stanno cercando di aiutarli nella fase processuale e/o detentiva.

Per quanto riguarda persone realmente colpevoli di reati gravi, francamente, mi interesso meno.

Tuttavia ci sono molti connazionali rimasti invischiati nelle maglie di una rete di corruzione ad ogni livello (dalla polizia ai giudici) e condannati a lunghe pene detentive, dopo processi sommari, spesso senza nessuna difesa ed in base a testimonianze dubbie se non addirittura false.

Il fatto che molti di questi paesi non abbiano accordi che permettono l’estradizione, rende queste condanne un lungo calvario. Vi ricordo che parlo di persone che spesso sono innocenti.

Ci sono persone incarcerate per queste ragioni in paesi come l’India, in stati africani o sudamericani, ma anche nella civilissima California.

Ed è stata Katia Anedda, vittima parallela di una di queste vicende,  che ha fondato il sito Prigionieri del silenzio al fine di aiutare i detenuti italiani all’estero e soprattutto i loro familiari.

Ritengo che per descrivere la loro attività, niente sia meglio che usare le parole pubblicate nella pagine Chi siamo del sito stesso:

La ONLUS Prigionieri del Silenzio, con sede in Via Tetti Cagnassone n.1 – 10099 San Mauro Torinese (TO), costituita nel Febbraio 2008, si occupa concretamente della tutela dei diritti umani degli oltre 3.000 Italiani detenuti all’estero.

Tra i principali scopi dell’Associazione, come stabilito dall’art. 4 del suo Statuto, vi sono:

  • Perseguire finalità di utilità sociale promuovendo attività che abbiano natura solidaristica e aggregativa per il consolidamento della pacifica convivenza, per la difesa dei diritti civili dei cittadini italiani detenuti nelle carceri di paesi esteri e le famiglie residenti in Italia.
  • Creare un movimento di opinione pubblica in favore dei detenuti Italiani all’estero.
  • Promuovere ed attuare iniziative, economico-sociali per sostenere le famiglie dei detenuti nell’affrontare spese legali e giudiziali per il perseguimento degli scopi associativi.
  • Sostenere moralmente ed assistere economicamente, le famiglie, nel reinserimento della vita sociale dei detenuti al termine dello sconto della pena.

Le ragioni che ci hanno indotto a dar vita all’Associazione sono evidenti: spesso i detenuti italiani vengono sottoposti a condizioni di vita lesive dei più elementari diritti dell’uomo e assolutamente non compatibili con l’obiettivo della riabilitazione cui la pena deve essere finalizzata.

Mancano inoltre idonei strumenti di assistenza, con la conseguenza che sovente i detenuti all’estero non ricevono neppure le cure mediche del caso, né un’appropriata difesa legale.

L’Italia non prevede, in questi casi, l’istituto del gratuito patrocinio e anche gli aiuti che possono essere concessi dai Consolati italiani sono solo facoltativi.

Tutto ciò causa condizioni di detenzione inique e una tutela legale debole o inesistente che comporta in taluni casi, condanne ingiuste.

Tutto questo fa sì che le famiglie dei detenuti si trovano ad affrontare problemi immensi con le loro sole forze.

A questa situazione cerca oggi di fornire risposte l’ONLUS Prigionieri del Silenzio che fin dalla sua costituzione ha attirato attorno a sé l’attenzione sia dei diretti interessati che delle istituzioni.

Tra i vari obiettivi, Prigionieri del Silenzio si prefigge di fare proposte agli enti governativi e suggerimenti su come dare il corretto supporto alle famiglie residenti in Italia che vivono il problema della detenzione oltre confine.

Uno dei grossi problemi che le famiglie si ritrovano ad affrontare sono i costi elevati dell’assistenza al familiare recluso all’estero, mantenimento e spese legali.

Come indicato, sono circa 3000 i connazionali detenuti all’estero. Se si considera che al loro fianco almeno altre 10 persone, tra amici e parenti vivono questa problematica, possiamo contare almeno 30 mila italiani che vivono l’esperienza anche se indiretta, della detenzione oltre confine.

Il primo caso di cui questa ONLUS si è occupata è quello del cittadino Italiano Carlo Parlanti, nato a Montecatini Terme l’1/11/1964, manager informatico con un curriculum professionale internazionale, che ha scontato una pena detentiva di 9 anni, a seguito di un processo di primo grado nel corso del quale non è stata fornita alcuna prova della sua colpevolezza e le poche prove fornite si sono rivelate contraffatte.

Su Carlo Parlanti sono presenti diverse relazioni di esperti e pubblicati vari libri (il primo a cura della casa editrice Armando Editore dal titolo “Stupro? Processi Perversi. Il caso Parlanti.”

Scarica il DOSSIER 2017

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