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Il tempo che ti piace buttare, non è buttato. (J. Lennon)

Un libro: Auschwitz. Ero il numero 220543

di Denis Avey e Rob Broomby

Newton Compton – Pagg. 329 – € 9,90

Trama: Nel 1944 Denis Avey, un soldato britannico che stava combattendo nel Nord Africa, viene catturato dai tedeschi e spedito in un campo di lavoro per prigionieri. Durante il giorno si trova a lavorare insieme ai detenuti del campo vicino chiamato Auschwitz. Inorridito dai racconti che ascolta, Denis è determinato a scoprire qualcosa in più. Così trova il modo di fare uno scambio di persone: consegna la sua uniforme inglese a un prigioniero di Auschwitz e si fa passare per lui.

Uno scambio che significa nuova vita per il prigioniero mentre per Denis segna l’ingresso nell’orrore, ma gli concede anche la possibilità di raccogliere testimonianze su ciò che accade nel lager. Quando milioni di persone avrebbero dato qualsiasi cosa per uscirne, lui, coraggiosamente, vi fece ingresso, per testimoniare un giorno la verità.

La storia è stata resa pubblica per la prima volta da un giornalista della BBC, Rob Broomby, nel novembre 2009. Grazie a lui Denis ha potuto incontrare la sorella del giovane ebreo che salvò dal campo. Nel marzo del 2010, con una cerimonia presso la residenza del Primo ministro del Regno Unito, è stato insignito della medaglia come “eroe dell’Olocausto”.

Letto da: Paolo

Opinione personale: E’ necessario dividere in più parti il mio parere su questo libro. A livello umano, non si può dire nulla; la vicenda trattata, raccontata direttamente dal protagonista tocca nel profondo, anche se a livello personale devo dire che la parte finale del libro, dove si racconta il dopo Auschwitz e la vicenda legata ad Ernie, è emotivamente più forte.

Per assurdo siamo quasi abituati a leggere storie drammatiche dell’Olocausto, ben diverso è scoprire cosa è successo successivamente a questi sopravvissuti che in realtà si svegliano ogni notte in preda ad incubi che non li abbandonano mai, quindi è come se una parte di loro fosse sempre nei lager. Devastante.

Per quanto riguarda il libro in sè, come impostazione e struttura, non mi è piaciuto molto; innanzitutto leggendo il riassunto del libro vien da pensare che il protagonista sia entrato ad Auschwitz per restarci, scambiandosi con un uomo a righe, tuttavia senza nulla togliere all’atto coraggioso, replicato una seconda volta, di entrare nel campo per vedere con i suoi occhi l’orrore, è anche vero che ne è uscito il giorno dopo.

Capiamoci, non toglie nulla alla drammaticità degli eventi e tanto meno all’impegno di Avey nel cercare di aiutare Ernie. Semplicemente mi aspettavo una vicenda diversa prolungata nel tempo. Il prigioniero che forse si salverà grazie ad Avey, è l’Ernst di cui ho parlato, ma non c’entra con lo scambio che invece si riferisce ad Hans. Si tratta di due vicende distinte, nei tempi e nei modi.

Segnalo infine che la prima parte del libro, quasi 140 pagine, è tutta dedicataalla Campagna d’Africa del protagonista, raccontata nei dettagli; naturalmente si tratta di un resoconto di parte, tuttavia ho qualche perplessità sull’obiettività del racconto, nel quale i soldati italiani, sicuramente in guerra controvoglia, sono dipinti come delle macchiette, svogliati e fifoni.

La mia non intende essere una difesa campanilistica, dato che sicuramente non era un esercito motivato ed equipaggiato al meglio e meno che mai ben guidato, tuttavia se vogliamo fare un resconto che abbia una certa validità dal punto di vista storico, tanto vale dire anche che ad El Alamein vi sono stati numerosi atti di valore dei soldati italiani, attestati da amici & nemici.

D’altro canto lo stesso Avey si prodiga in complimenti all’Afrika Korps di Rommel, che ha sicuramente combattuto al meglio la Guerra d’Africa. Anche in questo caso il mio è un commento distaccato, che la guerra è un orrore senza fine, da qualsiasi lato la si guardi. Punto.

Orrori che sono stati commessi da tutte e due le parti. Mio zio è stato catturato in Africa e si è fatto quasi 5 anni di prigionia e ben si ricordava come facevano gli inglesi a risolvere il problema del sovraffollamento del campo. Ed io so, ad esempio, perchè i sottomarini tedeschi hanno smesso di soccorrere i naufraghi delle navi che affondavano…

La guerra tira fuori il peggio dall’uomo, che sia un vinto oppure un vincitore. Ed il bello è che non abbiamo imparato nulla…

In ogni caso, consiglio la visione del film El Alamein, la linea del fuoco di Enzo Monteleone, senza dimenticare i contenuti extra che serviranno a spiegare meglio, ascoltando i ricordi dei sopravvissuti, cosa sia stata quella battaglia, tanto più quando si è abbandonati al destino dagli stessi che ti hanno inviato a morire nel deserto.

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Questa voce è stata pubblicata il 10 aprile 2012 da in L'angolo dei libri - Le nostre segnalazioni con tag , , , , , , .
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