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L’insetto nella birra non mi piace, però….

Un paio di settimane fa stavo pranzando al Globe bistrot, gustandomi la birra propostami dall’amico Gigi ovvero la Duchesse De Bourgogne* quando ad un certo punto un moscerino ha pensato bene di atterrare nel bicchiere.

(*é obbligatorio uscire un attimo dal tema e parlare di questa birra, fuori dagli schemi, per quel che mi riguarda: La Duchesse De Bourgogne è un’ottima birra ad alta fermentazione che matura in botti di rovere.

Il colore è un bellissimo rosso scuro, la schiuma è fine, persistente e leggermente cremosa; al naso si possono percepire note acetiche ed un forte profumo di frutta, mela su tutti, in bocca è piuttosto dolce con sentori legnosi e di malto.

Il luppolo non fornisce l’amarezza, piuttosto l’aroma speziato ed il finale è lungo, secco e con un ritorno acetico. Una birra da meditazione a metà tra vino e birra.

L’idea di bermi un’insetto non mi allettava, tuttavia era difficile vederlo; ho temporeggiato, bevendo a piccoli sorsi, sino a che ad un certo punto una piccola bolla di schiuma chiara ha dato il giusto contrasto che mi ha permesso di identificare l’intruso che ho ripescato e messo da parte (vivo, peraltro). 😉

Il giorno dopo ho visto un documentario nel quale spiegavano come si ottengono i coloranti alimentari come, ad esempio l’E120 conosciuto anche come carminio o rosso cocciniglia.

La cocciniglia ovvero un animaletto che vive sulle pale delle opunthie (fico d’india) e che si nutre della linfa delle piante, in particolare delle piante grasse.

Solo le femmine di questa specie hanno il pigmento rosso, l’acido carminio, ed in particolare quelle gravide.

Per ottenere quindi la tinta della migliore qualità, bisogna raccoglierle prima che depongano le uova. Per produrre un chilogrammo di colorante occorrono circa 100.000 insetti.

Insetto che viene poi seccato al sole (un eufemismo, secondo me, per non dire che in pratica lo uccidono per insolazione…) e dopo un procedimento che non sto a spiegare, alla fine il concentrato viene diluito con alluminio e carbonato di calcio.

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In sintesi, ecco che un singolo insetto nella birra mi ha creato un moto di schifo, ma a ben vedere basterebbe fare mente locale e pensare cosa mangiamo ogni giorno, in modo spesso inconsapevole (e talvolta colpevole, che è più comodo),  per realizzare che è solo una questione di approccio.

Circa le proprietà del colorante E120 ecco cosa leggo su Trashfood:

Sono stati descritti casi di allergie al colorante E120, probabilmente le responsabili sono le proteine degli insetti. Infatti durante l’estrazione, alcune proteine degli insetti passano nel materiale in percentuali dello 0,5%.

Allo scopo di ridurre le allergie, è stato proposto un metodo per ridurre la presenza delle proteine tramite idrolisi enzimatica. Il processo porta alla rimozione delle proteine con PM maggiore di 6000.

In letteratura sono anche descritti casi di asma occupazionale in operai addetti alla produzione del colorante. La FDA si è pronunciata sulla necessità di “Segnalare nell’etichetta questo additivo e la sua origine in tutte le etichette degli alimenti e i cosmetici per assicurarne un uso sicuro“.

Dove possiamo trovare l’E120?

Ancora una volta mi viene in aiuto l’archivio di Trashfood: per esempio in alcuni hamburger Fileni, in alcuni salumi come questo o questo, perfino nel prodotto Fruttolo, nel Campari (anche se in questo caso ho letto che è stato sostituito con un colorante di sintesi). La Lindt lo usa nei cioccolatini Lindt Passion.

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