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Furtei, l’eredità al cianuro della miniera d’oro sarda

L’eredità lasciata dagli australiani è sotto gli occhi di tutti: colline della Marmilla sventrate, bacino color ruggine che tracima veleni a ogni pioggia, discarica di fanghi e niente busta paga per i 42 che hanno lavorato per la Sardinia gold mining Spa, secondo l’ultima denominazione.

furtei miniera seconda

Sul caso incombe un’inchiesta della procura di Cagliari per disastro ambientale e bancarotta con profili internazionali.

Non solo: c’è un ulteriore filone sui rifiuti tossici finiti sotto il manto della strada statale 131, la principale dorsale che taglia l’Isola da Sud a Nord.

L’ultima, nuova, richiesta di chiarimenti destinata alle istituzioni è del Grig (Gruppo di intervento giuridico), un’associazione in prima fila nel denunciare lo scempio della miniera di Santu Miali e gli interessi privati portati avanti in modo spregiudicato anche col supporto della Regione.

La Sardinia gold mining, infatti, ha avuto il sostegno dell’ente in termini di quote e capitale sociale grazie alla partecipazione della controllata Progemisa (in misura del 10% negli ultimi anni).

Alla presidenza, dal 2001 al 2003, si è ritrovato Ugo Cappellacci, che nel giro di poco più di un anno divenne poi presidente della Regione.

Un affare internazionale, così era stato presentato, tra investitori australiani e il passaggio, arrivato strada facendo, da parte della multinazionale canadese Buffalo Gold ltd.

Il quesito del Grig suona invariato: chi paga?

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