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Il tempo che ti piace buttare, non è buttato. (J. Lennon)

Il libro di Martina: Storia di una ladra di libri

Inizia con questo post una collaborazione con Martina, recente acquisto del Gruppo Facebook del Blog.

libro

a cura di Martina Villa, curatrice della Pagina FB Quando nevica scarlatto

Ho pianto solo per quattro libri in tutta la mia vita da lettrice e “Storia di una ladra di libri” è tra questi.

(A scopo informativo, nel caso vi interessasse, gli altri sono “Il piccolo principe”, “Una barca nel bosco” di Paola Mottola e “ Clockwork Princess” di Cassandra Clare)

Veniamo ora a questo romanzo: bellissimo.  Nulla da dire, è meraviglioso; le atmosfere, i personaggi, lo stile di narrazione… unici.

Ma andiamo con calma.

Un punto a favore all’originalissima voce narrante: la Morte. Non è un’idea macabra, ma geniale. Un narratore (ops, narratrice) onnisciente con un’ironia tutta sua. Promossa a pieni voti.

Un altro punto allo stile di narrazione, tutto particolare, con interruzioni, dialoghi in corsivo, lettere e pensieri che trascendono il normale andamento del romanzo e sembrano apposta evidenziati, messi sotto una lente di ingrandimento per focalizzarli meglio.

Un ulteriore punto va indubbiamente dato ai personaggi, dalla “saumensh” ladra di libri al ragazzo con i capelli color limone che si crede Jesse Owens, dal lottatore ebreo con i capelli come piume alla donna che eternamente piange suo figlio in una biblioteca e dall’uomo-fisarmonica con gli occhi color dell’argento alla donna-armadio con la faccia di cartone.

Tutti unici, tutti meravigliosi. I loro dialoghi semplici e concisi, come quelli che rivolgeremmo noi stessi ai nostri familiari ed ai nostri amici.

Un punto all’ambientazione. Non facile per un australiano ricalcare l’atmosfera che si respirava nella Germania nazista, ma Zusak se ne esce egregiamente, non perché semina qua e là tra le pagine qualche termine tedesco, ma perché parla di storia, di città, di morti, di partiti, di fanatici, di paure, di scelte… e lo fa descrivendo una realtà cruda e scomoda, che invita a riflettere.

L’ultimo punto (anzi mezzo punto, poi spiegherò il perché) va alla storia. Non è uno di quei racconti adrenalinici che ti tengono con il fiato sospeso per 562 pagine, ma ha il suo perché; la storia non scorre così velocemente come si crede, ma ci si ritrova incollati ugualmente al libro senza riuscire a smettere di leggerlo, scorrendo freneticamente le pagine per sapere come andrà a finire.

Il mezzo punto, purtroppo, lo do per il finale, o meglio, per l’epilogo, a mio parere un po’ troppo affrettato. Avrei voluto che l’autore si soffermasse più sul rincontro di Liesel e Max e su come lui si sia salvato e sull’evolversi del loro rapporto nel tempo, ma forse lasciare questo alone di mistero è stata proprio una scelta dell’autore.

In conclusione: leggetelo, solo questo.

Vi troverete a correre tra le strade di Molching, a giocare a calcio lungo la Himmelstrasse, a costeggiare il fiume Arper, ad imparare a scrivere dipingendo parole sui muri di una cantina osservati da un curioso ebreo che ogni sera disputa un incontro di boxe con il Führer, vi intrufolerete nelle fattorie vicine a sgraffignare mele e patate, farete visita alla bottega di Frau Diller, qualche volta subirete anche un doloroso “watchsen” (oddio, spero di averlo scritto giusto!) e vi arrampicherete sulla finestra della casa del sindaco a rubare qualche libro.

Vivrete per poche ore (o per qualche anno, dipende se conterete lo scorrere del vostro tempo o di quello dei personaggi) nella Germania del 1943.

 

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