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Il tempo che ti piace buttare, non è buttato. (J. Lennon)

Un libro: Il caso Dreyse

di Pieter Aspe

Fazi Editore – Pagg. 302 – € 14,50 > lo vendo ad € 6,00 + spese spedizione

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Trama: Quando Judith Claes torna a casa, trova il marito Patrick Claes, un ricco broker, messo ko dal colpo di un raro fucile Dreyse del diciannovesimo secolo.

Il fucile è ancora a terra accanto a lui, ma la sua ampia collezione di armi antiche, del valore di milioni di dollari, è stata rubata. Fortunatamente, ha solo una commozione cerebrale.

Il caso viene assegnato al commissario Van In e Hannelore Martens. Le indagini li condurranno a un giro di riciclaggio di denaro, a svariati pericoli e un tentato omicidio…

Letto da: Paolo

Nota integrativa: Ho lasciato la sinossi tratta dal sito Feltrinelli e faccio notare di come sia citato, per ben due volte, il fucile Dreyse, se non fosse che, come peraltro suggerisce la copertina, la Dreyse è una pistola.

Opinione personale: Ho letto tutti i libri di Aspe ed apprezzo il personaggio del Commissario Van In, anche se ovviamente risente dei soliti difetti, un clichè in pratica, che hanno la maggior parte dei funzionari di polizia che troviamo nei libri.

In questo caso la lettura è stata noiosa, perchè se Van In è sempre lui, la storia è inutilmente complicata, si fatica a restare concentrati, e di conseguenza non ci si appassiona. Proseguire la lettura, voltare le pagine, è stato quasi uno sforzo, il che mi dispiace, dato che ho atteso per mesi questo libro.

In aggiunta c’è Hannelore, il giudice, la moglie di Van In, la mamma dei gemelli.

Che fosse un personaggio dal carattere forte, perlomeno all’apparenza, si sapeva, sennò sarebbe difficile convivere con Van In, tuttavia al di là dell’antipatia (personale) che ho verso Hannelore, resta il fatto che posso convivere con un personaggio antipatico, ma non con un giudice che non agisce in maniera professionale, spinta dalla competizione con il marito.

Competizione che in realtà non ha ragione di esistere in quanto i loro ruoli, commissario e giudice istruttore, corrono su binari paralleli, con un punto d’arrivo comune ovvero la Giustizia per le vittime, la pena per i colpevoli.

Ci dovrebbe essere collaborazione e non competizione. Che poi, nella mia visione della vita, marito e moglie si aiutano e si sostengono, non si complicano la vita a vicenda.

Il finale, di fatto, è persino peggiore del libro stesso. Nonostante un paio di riassunti delle vicende, fatti attraverso i personaggi, quasi si fatica a comprendere il tutto.

Da parte mia non lo consiglio, si sarà capito, ma resta un’opinione personale, come ha già dimostrato quanto scritto tempo fa su La profezia dei Romanov, per me un pessimo libro e per mia sorella Monica, invece, un ottimo libro. 😀

Nota integrativa: Al solito, sono rpesenti nel testo termini in lingua originale, senza nessuna traduzione e/o nota a margine, per cui certi passaggi non si capisco, tipo questa battuta fatta da Van In.

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Si dai, facci ridere Van In… ma può succedere solo se ci spieghi cosa voglia dire Hengstenstraat.

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Questa voce è stata pubblicata il 29 agosto 2016 da in L'angolo dei libri - le nostre recensioni con tag , , , , .
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