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Il tempo che ti piace buttare, non è buttato. (J. Lennon)

Come far ripartire il settore della ristorazione dopo il Covid-19?

Ieri ho pubblicato lo sfogo privato di un’amica che dirige un locale a Milano, ma oggi mi è arrivata una disamina più ragionata, con la quale l’amica si rivolge all’Epam (n.d.r.: associazione di categoria), integrata poi da altre osservazioni correlate all’emergenza lavorativa in corso.

Ricevo e pubblico

Spett. Epam,

leggo oggi sulle varie testate (l’argomento è stato ripreso un po’ da tutti da quando si è iniziato a parlare di FASE 2) come si profilerà la fase di riapertura (più o meno graduale) per ritornare alla “normalità” del dopo epidemia.

Tra le tante prefigurazioni eccone però una ricorrente: BAR E RISTORANTI CON OPERATORI IN MASCHERINA E DISTANZE, MEGLIO SE PIU’ DI 1 METRO. (n.d.r.: maiuscolo nell’originale)

Ma secondo voi è accettabile una situazione di questo tipo?

Possibile che siate tutti così remissivi e pronti a subire un provvedimento che di fatto obbligherebbe alla chiusura tanti esercizi che non hanno la possibilità (soprattutto perchè non hanno gli spazi adatti) di adeguarsi?

Possibile che un’associazione importante come la nostra, di cui fa parte anche il nostro locale (che in realtà è dotato di spazi ampi e di tavoli più che distanziati tra loro e che può permettersi di fare servizio al tavolo anche per l’aperitivo – cosa che già stavamo facendo da 2 settimane prima della chiusura), stia sempre zitta e non faccia invece sentire la propria voce?

Non si può aprire in queste condizioni, siete consapevoli dell’immagine negativa che diamo?

Io, da cliente, neanche mi avvicino a un bar per fare colazione magari facendomi prima la coda (e veniamo da code continue e frustranti) e poi, neanche al bancone, ma al tavolo, oppure servita da un operatore con guanti e mascherina….

Sinceramente ne faccio a meno, tanto ci siamo abituati da tempo. L’idea che diamo è di mera accettazione, senza tenere conto delle nostre priorità che, attualmente, sono di tornare al servizio regolare e, soprattutto di incassare, stremati a livello economico e senza alcun aiuto all’orizzonte (perchè tra il dire e il fare, si sa…..).

Stando zitti non si tutelano gli interessi di tutti gli associati ma solo di chi vuole farsi portavoce di un assenso (forzato) che porti immagine, interviste e titoli sui giornali nel momento in cui sarà. Invece il messaggio che la nostra associazione dovrebbe far passare (ed è anche l’idea di diversi esercizi di Firenze con cui siamo direttamente in contatto) é: NOI RIMANIAMO CHIUSI perchè non si può aprire in queste condizioni.

Volete farci aprire?

Bene, allora dovete aiutarci a livello finanziario a fondo perduto, in quanto non ci potremo sicuramente sostenere a livello di tasse e contribuzione (e dovremo anche licenziare personale) perchè ovviamente si lavorerà molto poco.

La tecnica del “stiamo zitti” non ha mai pagato finora: ai tempi di EXPO, a dispetto di quello che in realtà è poi stato (ossia un fallimento per i locali milanesi), EPAM non ha sollevato obiezioni alle politiche di orario scandalose dell’esposizione.

Quando ci si doveva scontrare con le società di Ticket per una battaglia più che giusta EPAM ha timidamente risposto ma solo all’inizio e poi….più nulla.

Quando si sono liberalizzate le licenze portando polverizzazione di offerta e soprattutto di fatturato (costringendo di fatto tanti esercizi al fallimento), da EPAM e soprattutto da FIPE, la risposta è stata veramente poco incisiva.

Bene, vogliamo continuare così?

Abbiamo un’associazione importante che ha il dovere di farsi sentire forte e chiaro e che potrebbe farsi carico di questa battaglia per la sopravvivenza (e non credo di esagerare), ricevendo i consensi di tutti noi, ma ovviamente molto meno consenso politico, ma il suo unico compito è la rappresentanza, per la politica ci sono altre sedi.

Inoltre, da spettatore, ieri sera al TG5, penso che il nostro presidente (che stimo), abbia sì detto cose giuste, ma ormai di dominio pubblico: quello che poteva invece aggiungere era proprio sottolineare la FASE 2, possibilmente alzando anche un po’ il tono di voce…

Grazie

(lettera firmata)

A seguire delle considerazioni aggiuntive che fanno riferimento all’accordo fra Abi e pubblici esercenti e che mi dice siano condivise dai vari titolari di esercizi, milanesi e della provincia, con i quali è in contatto.

Mi è arrivata poco fa la mail di Epam dove si informano le aziende circa l’accordo tra ABI e le varie associazioni/parti sociali, per anticipare una somma relativa alla Cassa Integrazione.

Mi chiedevo se Epam ha letto attentamente l’accordo, specialmente nella parte “operativa”: io sì e ritengo che chiunque sarebbe scoraggiato dall’intraprendere questa pratica.

Veramente non si poteva fare qualcosa di più semplice? Perchè si deve portare altra frustrazione a chi è già senza soldi?

Sì, perchè se qualcuno pensa di imbarcarsi in questa richiesta e poi ha problemi “bancari” (e penso che la maggior parte dei lavoratori di questo settore ne abbia), è meglio che lasci perdere subito.

Ma chi ne trae vantaggio? Perchè è stata pensata una cosa così macchinosa?

Io non ho più parole, veramente; a questo punto meglio aspettare che arrivi il pagamento dall’INPS, almeno non si chiedono garanzie.

Comunque, approfitto anche per dire che sarebbe adesso il momento giusto per RIPRENDERE in mano l’argomento LICENZE.

Tempo fa in un’intervista rilasciata ad “Italia a tavola” avevo letto delle difficoltà in cui versa il nostro settore: serve competenza per gestire un locale (competenza sia operativa che gestionale), troppi iniziano questa “avventura” e falliscono, altri riaprono e hanno la stessa sorte.

Tutto questo è dovuto anche alla polverizzazione dell’offerta: troppi locali si dividono la stessa torta e le fette sono sempre più piccole, unitamente alla marginalità ridotta all’osso (cioè si tira avanti con i “flussi di cassa”).

Ora che questa crisi bruttissima ci ha colpito duramente, alcuni esercizi non riapriranno più e non credo che la soluzione migliore sia “rimpiazzarli”.

Conviene fare uno studio del territorio, razionalizzare le aperture, studiare bene le varie zone e capire cosa manca, non aprire a prescindere qualsiasi cosa.

Comunque, non voglio insegnare nulla a nessuno, chi di dovere saprà sicuramente che la soluzione non è l’apertura selvaggia ed è giunto il momento di riprendere questo argomento nelle sedi giuste, argomento ora molto molto attuale.

 

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