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Il tempo che ti piace buttare, non è buttato. (J. Lennon)

Parlando di libri con qualche amica…

© Francesco Mignano

Giorni fa nel Gruppino Telegram (si conferma che “meglio essere in pochi, ma buoni“) dedicato ai libri, Elena ha dato il via ad uno scambio di parole nel quale ho poi coinvolto, a distanza, una conoscenza di Twitter che, facendo la traduttrice, avrebbe portato un valore aggiunto al nostro scambio.

Elena: Una pecca, per me, e riscontrata in diversi libri negli ultimi tempi, l’uso del verbo restare al posto di rimanere… oh, mi da un fastidio tremendo 😕 ma son l’unica?

Marina: Restare? Non mi sembra neanche correttissimo a livello lessicale se utilizzato dappertutto senza distinguere..

Elena: Un sacco di “restato” invece che “rimasto” 🙄 come, ad esempio, in “Tsugumi” di Yoshimoto: “Di quel luogo, in quel momento così certo, così concreto, l’estate successiva non sarebbe restata neanche l’ombra”… ci può anche stare, tuttavia mi stona parecchio e negli altri libri pesava ancora di più…

Dato che secondo me potrebbe anche essere una scelta in fase di traduzione ho chiesto lumi a @Steforlani, traduttrice di gialli (e non solo).

Stefania: Una scelta dei traduttori può essere, la zona geografica influisce. Ognuno di noi parla diversamente, da nord a sud, anche i traduttori. Spesso però sono i revisori della casa editrice. Anche lì influisce il luogo in cui si trova.

Ad esempio io ho una che mi cambia SEMPRE il verbo estrarre e mette TIRAR FUORI. Ovviamente senza motivo, lo fa sistematicamente.

Elena: Ah! Non mi stupisco praticamente più di niente … era un pensiero che mi era venuto anche quello delle direttive date dall’alto… Come il fatto che il linguaggio in base alla zona geografica. Il fatto che siano tutti di case editrici diverse però, mannaggia!

Quello del cambio sistematico senza motivo carino… 🙄 Già l’italiano è farcito di parole giuste che fanno un bruttissimo effetto, se poi ci metti dei termini stonati per partito preso auguri.

Stefania: C’è però da dire che – in questo caso specifico – rimanere e restare vanno bene entrambi. Hanno lo stesso significato. Spesso è solo questione di gusti. Poi, perché debbano prevalere i gusti dei revisori, quello è un mistero!

Da parte mia aggiungo che tempo fa mi aveva scritto un autore circa la mia perplessità di non tradurre in calce i numerosi termini sardi usati, cosa questa che avrebbe facilitato il lettore, perchè mi sta bene che un personaggio sardo usi esclamazioni o detti in lingua originale, ma bisogna mettere il lettore in condizione di capire appieno il senso della frase.

Scriveva l’autore che “la scelta di non inserire le traduzioni è stata dell’editore. Io le avrei inserite, non costava nulla e avrebbe aiutato la lettura. Ma, ubi editor, autor cessat!”

A questo proposito, Stefania aggiunge che: “Le note a piè di pagina nei romanzi sono praticamente impossibili da far passare. Per me è una scelta stupida, ma è così. Per questo, a volte nelle traduzioni si addomestica un termine, oppure si spiega nel contesto, in modo da non mettere la nota.”

Elena: Un vero peccato! Le informazioni e traduzione in calce aiutano un sacco il lettore a me piacciono. Per alcuni libri sull’Egitto altrimenti avrei dovuto viaggiare con google sempre attaccato.

Come scrivevo tempo fa in merito ad un libro di Aspe:

…..mi vedo costretto a sollevare ancora il problema già segnalato nella recensione del precedente romanzo di Aspe ovvero la presenza nel testo di alcune frasi lasciate in lingua originale, e che sia tedesco, inglese o francese, cambia poco.

Come già detto non è che tutti i lettori possano essere poliglotti e se la frase in lingua originale è funzionale al testo (ad esempio: un gioco di parole intraducibile, ma spiegato a margine) mi sta bene, sennò ricordiamoci che i libri non sono mica dei dvd, non ci sono i sottotitoli.

Se tali frasi, però, non hanno significati particolari, allora perché lasciarle in lingua originale?

Confondono il lettore al quale, di fatto, manca un pezzo di dialogo.

Se per ragioni a me sconosciute, sia assolutamente necessario lasciare queste frasi, suggerisco una traduzione in calce alla pagina.

In questo romanzo, in particolare, è citato un brano tratto da A Tale of two Cities, di Charles Dickens, tutto in lingua originale. Come detto se l’autore lo ha riportato è perchè riteneva avesse un senso per il lettore che però, se non sa l’inglese, si trova spiazzato.

A seguire troviamo spesso l’esclamazione Tiens che in francese significa Come. Si parla poi dello jenever, si suppone un liquore ed in effetti ho letto che si tratta di un gin olandese.

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