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Per pesci, suini e polli: tornano le farine animali nei mangimi degli allevamenti

in sintesi un articolo di Fabio Di Todaro che leggo su Il Fatto Alimentare

L’Unione Europea ha deciso di autorizzare la presenza di farine animali nei mangimi degli allevamenti, a distanza di 12 anni  dalla pandemia della “mucca pazza”. Dopo lo scandalo Bruxelles aveva bloccato l’utilizzo degli scarti di mammiferi macellati da utilizzare come materia prima per la razione alimentare dei mammiferi.

Il contagio della Bse, l’encefalite spongiforme bovina, fu devastante: 190mila casi accertati nel mondo e 225 morti ufficiali per la variante che attacca l’uomo. Due decessi furono registrati anche in Italia.

Nel 2013, superando un divieto severo applicato in tutta la UE a partire dalla deflagrazione del morbo, i capi da produzione potranno tornare a essere nutriti con alcune farine animali prodotte con scarti di macelleria. A sancirlo è il Regolamento UE 56 2013 firmato lo scorso 16 gennaio: via libera dal prossimo 1° giugno.

L’impiego di proteine animali trasformate sarà limitato a maiali, pollame e pesci d’acquacoltura. È invece confermato il divieto di utilizzare farine e derivati per i bovini. Dovrà anche essere evitato il cannibalismo: quindi il maiale non mangerà maiale e il pollo non mangerà pollo.

Questo ripensamento  da parte della Commissione Europea si spiega con l’esigenza, soprattutto nei confronti dell’acquacoltura, di trovare un’alternativa ai mangimi finora utilizzati ricavati da farine e oli di pesce addizionate a proteine vegetali.

È il notevole sfruttamento degli allevamenti ittici, la cui resa nel 2010 ha superato per la prima volta quella dell’allevamento bovino, ad aver reso necessaria questa soluzione.

Oggi nel mondo, l’acquacoltura “brucia” oltre un milione di tonnellate di mangime e la quantità è destinata a raddoppiare entro il 2020. Se a ciò si aggiunge che un buon 60% delle farine prodotte dalla pesca nell’Atlantico è razziato dalla Cina, l’esigenza dei paesi affacciati sul Mediterraneo diviene ancora più evidente.

Il pesce d’acquacoltura, per la rigidità dei controlli sanitari, è esente da diverse contaminazioni ambientali (diossine, pcb e mercurio) e microbiologiche, più difficili da evitare nei mari e negli oceani, ed è anche più economico. La sua tracciabilità, inoltre, lo rende più sicuro.

Il dubbio risulta legittimo alla luce delle ultime notizie poco rassicuranti in materia alimentare. Di questa decisione della UE, discutibile è la tempistica, considerata la bufera generata dall’impiego non dichiarato di carne di cavallo al posto di quella bovina, non di per sé la scelta, a sentire gli addetti ai lavori.

Spiega Vittorio Dell’Orto, docente di nutrizione animale alla facoltà di Veterinaria dell’Università statale di Milano: Non è in dubbio la sicurezza alimentare: le farine sono prodotte da scarti trattati ad alta temperatura, sterilizzati e disidratati.

Il via libera dell’Unione europea non è stato gradito da alcuni paesi, Francia in testa. «Sano principio e lodevole intenzione», scriveva Le Monde nei giorni scorsi, «a condizione che il potere pubblico e le filiere professionali siano in grado di garantire il rispetto scrupoloso delle norme sanitarie. Ora, dopo tanti scandali, l’episodio delle lasagne al cavallo romeno ha dimostrato che questo è tutto meno che garantito».

In sintesi: non è in dubbio la qualità del mangime, ma la sua origine.

Riuscirà questa volta Bruxelles a garantirci prodotti dall’indubitabile provenienza?

 

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