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Il tempo che ti piace buttare, non è buttato. (J. Lennon)

“Unti e bisunti” a Gaeta: disgustoso e quante inesattezze…

a cura di Francesco (da Gaeta)

Non conoscevo questo fantomatico chef Rubio, “coatto” romano che forse vorrebbe imitare il trasgressivo Anthony Bourdain senza avvicinarcisi neppur lontanamente, e la trasmissione che lo vede protagonista su D-Max.

L’altra settimana è andata in onda la puntata su Gaeta, che ho visto or ora su internet. L’impressione ricavata è decisamente negativa.

Anzitutto, sarebbe forse il caso di farla finita con la moda delle trasmissioni di cucina e che ruotano attorno all’enogastronomia: non solo hanno stancato; soprattutto, se mai abbiano in passato prodotto davvero qualcosa di valido e significativo culturalmente, si è evidentemente esaurita qualsiasi possibile vena creativa attorno all’argomento e, infatti, i risultati prodotti da “format” che cercano forzatamente strade alternative nel proporre il tema, come “Unti e bisunti”, sono davvero scadenti, ovvero superficiali, volgari addirittura, sterilmente spettacolari: avanspettacolo della peggior specie che liquida l’argomento “cucina e gastronomia” con velocità e superficialità sconcertanti, senza veramente esplorarne alcun serio aspetto culturale.

Tra l’altro, appare evidente come attorno a prodotti televisivi del genere ruotano palesi fini commerciali e pubblicitari, sia a livello merceologico come turistico.

Nella puntata dedicata a Gaeta, nel caso specifico: basta solo evidenziare il quanto mai gratuito, ovvero inopportuno e sfacciato, “spot” riservato allo stabilimento balneare dell’assessore al Bilancio della Provincia di Latina – riguardo al quale esercizio turistico-commerciale non mi si può tacciare di parzialità, essendone cliente da almeno quaranta anni – oppure per la “solita” pubblicità a un marchio e un modello d’automobile.

Ma l’aspetto decisamente più sconcertante di questo programma e del suo protagonista chef Rubio, ritengo che sia rappresentato dal suo modo di rapportarsi al mangiare: quanto di più lontano possa esservi da una sana cultura del cibo e del gustare. Direi anche diseducativo.

Rubio non gusta: divora; non assaggia cibo e ingredienti: sbrana, ingurgita, butta dentro la cavità orale di tutto alla velocità della luce.

Egli non si concede neppur il tempo di far sostare nel palato un boccone; neppur di deglutirne e sentirne la scia del retrogusto e l’eventuale persistenza: figuriamoci il tempo necessario per permettere agli ingredienti di esprimere la propria variabilità e complessità: che già sta addentando un altro boccone, lordandosi come neppur un barbaro, oppure annaffiando, letteralmente, quel boccone che ha in bocca con smisurati sorsi di birra.

Com’è possibile valutare, o anche solamente assaggiare e gustare un cibo in questo modo così becero e superficiale?

Oltretutto diseducativo: non solo perché è un modo di mangiare che non concede giusto tempo al gustare; non solo perché maleducato nel comportamento e nei gesti; ma soprattutto perché insano.

Rubio prova a citare la storia e gli antichi: eppur sembra dimenticarsi, se mai l’ha saputo, del saggio detto latino «prima digestio fit in ore». Tra l’altro, questo insano e diseducativo comportamento non solo è proprio, nel programma, a chef Rubio: ma anche alle “comparse” che vi prendono parte.

Se errare è umano, perseverare…

Io non sono uno storico né un gastronomo, ma mi sembra che varie siano le inesattezze riguardanti il cibo riportante in “Unti e bisunti” nella puntata dedicata a Gaeta. Prima fra tutte la farcitura della tiella “regina” tra le tielle di Gaeta che, in questa trasmissione, vede sposare i classici polipetti con “azzardate” cozze: ricetta inesistente nella tradizione della tiella gaetana.

Così come si sarebbe dovuto, per correttezza di approfondimento culturale, spiegare perché le olive di Itri si chiamano “di Gaeta” e non, com’è stato fatto, superficialmente parlare di “olive di Gaeta” senza neppur citare la cultivar – itrana – e il territorio di produzione – Itri.

Altrimenti, il turista attento che voglia girare il territorio, stupito si chiederà: ma da dove spuntano le “olive di Gaeta” se a Gaeta non v’è alcun oliveto, se non qualche sparuto secolare olivo ornamentale nel mezzo delle rotonde spartitraffico?

E neppur si capisce perché si propone la mozzarella di bufala campana come prodotto tipico locale, quando essa nulla ha a che vedere con Gaeta essendo prodotta nell’entroterra.

Si parla, come troppo spesso accade, ma come in un programma televisivo specializzato in gastronomia non si dovrebbe fare, impropriamente di “Doc”, quando si tratta di un acronimo che può essere usato solo accostandolo a prodotti certificati per legge da questa sigla.

E poi si potrebbe continuare…

Chicca finale.

Nelle scene iniziali, quando Rubio va in giro per Gaeta guidando la Dacia Duster, in un vorticoso montaggio di scene che non fa capir nulla di com’è collocata Gaeta sul territorio, sorvolando sulla interessante circostanza che, in realtà, si tratta di due città differenti – Gaeta, ovvero la cittadella medievale, e il borgo dei pescatori Elena – mischiando quartieri differenti: il nostro chef guida togliendo le mani dal volante per sistemarsi la camicia e, addirittura, guida senza essersi allacciato la cintura di sicurezza.

Bell’esempio, davvero.

9 commenti su ““Unti e bisunti” a Gaeta: disgustoso e quante inesattezze…

  1. Francesco
    2 settembre 2013

    Un paio di considerazioni in ordine sparso.

    Mi dispiace per il mio amico di vecchia data ristoratore Antonio – gestore del ristorante “Narì”, situato in Gaeta Medievale, che appare quasi all’inizio del programma – ma la definizione, da egli pronunciata, «cozze di Gaeta doc» davvero non sta in cielo né in terra, come si suol dire.

    Non mi sembra che esista una certificazione di origine che protegga e certifichi le cozze allevate nel mare di Gaeta; se, comunque, esistesse: potrebbe, eventualmente, trattarsi di Dop (Denominazione di Origine Protetta) e non certo di Doc (Denominazione di Origine Controllata), certificazione che riguarda esclusivamente e categoricamente i vini.

    Ma se Antonio può risultare scusato dal non essere avvezzo alle telecamere – sebbene, comunque, io sarei un po’ titubante di fronte a un ristoratore che confonde Dop con Doc: risulterebbe, fatte le dovute proporzioni, situazione simile a un meccanico che, sotto a una M3 E30 posizionata sul ponte, andasse a cercare la trazione nell’avantreno – imperdonabile è il comportamento, superficiale quanto meno, di autori e redattori del programma.

    La definizione “cattiva informazione” è il minimo che può venir in mente di fronte a ciò.

    Davvero soprpendente l’affermazione di chef Rubio che dichiara di sperare che la bella giudice insegnante di immersione e i suoi allievi sub, giurati nella sfida indetta, arrivino prima possibile ad assaggiar e valutar la “sua” tiella, per paura che si freddi…

    … Paura che si freddi una tiella?! O bella! Che si freddi un “piatto freddo”? Sappiamo ben tutti che la tiella è “piatto freddo” che offre il meglio di sé ben riposato: ovvero il giorno dopo essere stato preparato, conservato a temperatura ambiente, possibilmente avvolto in un canovaccio di cotone che ne mantenga la morbidezza permettendogli di respirare.

    La tiella – e se Rubio e i suoi autori si fossero preparati prima della trasmissione, forse non sarebbero incorsi in un simile madornale errore – nasce dall’esigenza di non mandar sprecati gli avanzi della zuppa di pesce e, soprattutto, di permettere ai pescatori di portarsi in barca, stando fuori in mare a pesca anche per due-tre giorni senza far ritorno a casa, un pasto energetico, sostanzioso e gustoso capace di conservarsi a temperatura ambiente.

    Come si fa a valutare una tiella appena sfornata? È mica una mozzarella…

    Come chiunque sia cresciuto a tiella di Gaeta, io rifuggo dalle tielle che “si comprano” nelle cosiddette “tiellerie”: confidando in quelle fatte in casa da donne che conservano gelosamente le ricette tramandate di generazione in generazione.

    Per cui ho sempre mangiato “tielle casalinghe” – quelle di mia mamma, della mamma di Anna Rosa, di Teresa e di sua mamma e via via… – che, come evidenziato da Reginella all’interno del programma, sono caratterizzate da una sfoglia talmente sottile da permettere di vederci attraverso, come fosse un velo.

    Questa carattetistica principale della tiella di Gaeta, ovvero del suo impasto, è, forse, un segreto talmente poco segreto da esser appannaggio di chiunque.

    A vista, mi sembra che entrambe le tielle – quella, anzi quelle considerando le precedenti fatte assaggiare allo chef, del “tiellaro” Carlo e quella di Rubio – difettino proprio nella leggerezza dell’impasto, a vista presentandosi questo troppo spesso.

    Come, ancora troppo spesso, ho visto nelle tielle che si vendono nelle tante cosiddette “tiellerie” commerciali di Gaeta.

    • eddie
      11 settembre 2013

      Devo dire che al giorno d’oggi non è raro leggere tante sciocchezze sul web.Ma il sig. Francesco dimostra di essere un campione in questo senso,parla di pubblicità nascosta come se non avesse mai visto programmi rai o mediaset zeppi di pubblicità,tra l’altro ad inizio trasmissione viene indicato bene lo scopo pubblicitario,parla di tempi di digestione senza sapere che la tv ha dei tempi diversi dalla vita è logico che si debba sintetizzare,parla di mancanza di cultura che forse è proprio quella che manca a lui visto che riconosce i piatti della nostra cultura italiana (e che cultura!) come delle sozzerie indigeribili.

      Prima di sparare sentenze con la puzza sotto al naso si butti per strada e viva i piatti del popolo, poi magari ritorni a sentenziare sulla cultivar itrana, come se il risotto alla milanese fosse di Paderno Dugnano, quante risaie ci sono a Milano?

      Per me la trasmissione di Dmax merita il premio di trasmissione dell’anno, vince sicuramente per l’originalità,la rottura degli schemi, altre trasmissioni sono anch’esse una rottura ma sa di cosa, e vince chef Rubio per la personalità e la passione.

      Bisogna dare atto e riconoscere il nuovo quando avanza senza arroccarsi in un conservatorismo da dilettanti.

      Tanti saluti a chi vuole rimanere nel vecchio mondo,ci resti pure ma non rompa le p……

      • paoblog
        11 settembre 2013

        Francesco risponderà a questo commento se lo ritiene il caso, tuttavia vorrei ricordare al lettore che le opinioni sono condivisibili o meno, ma sono in ogni caso da rispettare, ed infatti il commento viene pubblicato anche se io non lo condivido; detto questo, il suo invito a non rompere le p…. torna al mittente.

      • Francesco
        11 settembre 2013

        Caro Eddie,

        io ritengo non esserci alcuna logica nella sintesi di un programma televisivo – come di un qualunque altro “strumento” di informazione culturale – che rifugga dall’approfondire ciò che vorrebbe trattare, ma a malapena accenna senza neppur conoscere, se non quella del cedere alla superficialità e al non voler approfondire, del rifiutare il sapere e la cultura, dell’ambire, forse, unicamente a confezionare “contenitori mediatici” con lo scopo di continuare gli “spazi commerciali” anche in quelli informativi.

        Obiettivi rispettabili, certamente: basta sapersi accontentare di quella rozzezza di pensiero e di conoscenza che distingue chi prova disinteresse dall’essere pensante, che distingue chi vuol indagare le tante sfumature del sapere da chi si accontenta della superficialità.

        L’aspetto peggiore di tutto ciò sta nel privarsi, accettando questo modo di fare, del sano riflettere e di quel che ciò comporta, arricchimento mentale e ampliamento delle proprie vedute in primis.

        Non fosse così, neppur si penserebbe, oltre che scriverle in italiano scorretto, inesattezze non dritte nel testo che si commenta tipo «[…] riconosce i piatti della nostra cultura italiana (e che cultura!) come delle sozzerie indigeribili…», frase e pensiero che altro non possono essere se non il frutto della superficialità di lettura, forse simile alla superficialità di degustazione mostrata da Rubio in “Unti e bisunti”, o, addirittura, di una non lettura.

        Al limite, anche: di una cattiva digestione, da chissà quali schifezze industriali prive di alcuna tipicità ingurgitate alle velocità della luce.

        Per quel che mi riguarda, il nuovo lo so riconoscere e accettare; persino premiare: unicamente, però, se ricco di sostanza – culturale e informativa in primis – e, possibilmente, espresso in italiano corretto.

        A differenza di quanto fa Rubio in trasmissione e forse qualche suo “fan” nell’esprimersi scrivendo.

        Segno evidente di come guardare certe trasmissioni televisive che istigano alla velocità nel mangiare e alla non riflessione di pensiero, anziché dedicarsi a buone letture, buon vino e buon cibo con la dovuta lentezza che permette indagine e conoscenza, riflessione e meditazione: impoverisce anima, mente, cuore e fisico.

        Grazie di cuore: accetto l’invito a restar nel vecchio mondo. Soprattutto se, com’è, quel “vecchio” è popolato da persone educate, rispettose, colte, riflessive che privilegiano i piaceri della vita (cibo, letture e scrittura in primis) arricchendosi.

        Se stare nel “mondo nuovo” porta ad annoiarsi e a una fragilità delle “p” tale che si rompono al solo mettere in moto il cervello sollecitato dalle sane riflessioni altrui: be’, allora preferisco non entrarci per niente.

        Un caro saluto, una stretta di mano e buona digestione, Eddie: soprattutto se saprai gustare e masticare il cibo molto, molto, molto lentamente.

        E salutami con tanto affetto e intensità Paderno Dugnano dove – guarda un po’ com’è piccolo il mondo… – vive una bella fetta del mio cuore.

        Francesco

  2. teresa
    2 settembre 2013

    Sono assolutamente daccordo!

  3. eddie
    11 settembre 2013

    Sig.Paoblog,chiedo venia al Sig. Francesco per i toni troppo accesi, è l’esuberanza delle idee che infuoca gli animi,però sig.Paoblog questa storia del rispetto delle opinioni non regge,le idee sono appunto pensieri e come tali soggetti a critiche anche i più alti non ne sono immuni,con simpatia le scrivo che penso che oggi il cielo sia di colore verde,che gli alberi siano viola e che la terra sia al centro dell’universo, per oggi vi chiedo di rispettare le mie idee. Un cordiale saluto

    • paoblog
      11 settembre 2013

      come detto, rispetto l’opinione, non l’invito a “non rompere le palle”…

  4. eddie
    12 settembre 2013

    Sig.Francesco lo vede,ci siamo schierati,lei dalla parte di un illuminismo da Roma antica ed io nell’orda oscurantista da barbaro normanno. Sì, può essere vero,forse io non leggo quanto lei,probabilmente non scrivo bene quanto lei,ma anche io cogito,forse raramente,forse solo quando sono seduto sulla tazza del water,le altre volte ho da fare cose più serie. Scrive bene lei,che i programmi televisi dovrebbero approfondire,calarsi in un’indagine degli argomenti che trattano con più sapere e cultura,sono perfettamente d’accordo con lei,neanch’io lo accetto. Ma come detto,oramai mi sono schierato,io che vivo nei rozzi e luridi meandri dove il popolo fetida e non passo le giornate nel mio salottino a sorseggiare un barolo da meditazione,gustandomi lentamente qualche nobile cibo e discutendo coi miei pari sulla vacuità della tv e sulla pochezza delle persone che la guardano. Bene,io che sono impoverito di anima,mente,cuore e fisico,credo di avere la dote tra le migliori di quelle che indica,ovvero la capacità di vivere la vita realisticamente,senza pensare ad un mondo che vorrei che ci fosse,ma che non esiste,la televisione e la vita sono così,ne io e ne lei possiamo cambiarle,forse possiamo migliorarle un poco,ma non cambiarle. Ricambio il suo cordiale saluto,si gusti il suo vino ed il suo cibo lentamente lei che può,io come detto ho da far cose più serie,devo vivere la mia vita.

    • Francesco
      12 settembre 2013

      Caro Eddie,

      fai bene a vivere la tua vita: spero non perché tu lo debba, ma perché tu desideri godertela in ogni aspetto e lentamente.

      Vivere non è un dovere, ma il più bello e imprescindibile dei piaceri.

      Per soddisfare il quale non c’è bisogno di salottini o di Barolo – sempre benvenuti entrambi: nei limiti del possibile e del piacere.

      Qualunque “piccola cosa”, anche la più apparentemente insignificante, tu incontrerai lungo la tua vita vissuta per piacere e non per dovere, potrai assaggiarla e goderla lentamente, assaporandola sotto e dentro ogni sua infinita sfumatura, mutevole e maturante tanto da non apparir, come sarà, mai bastevole, mai stancante, mai noiosa.

      Qualunque cosa tu incontrerai per strada: con lentezza, senza cedere all’insana lezione di ignoranza di falsi chef come Rubio,
      incapaci di godersi la vita, ingabbiati in schemi di conformismo mentale, culturale, comportamentale, sterile retaggio di un passato ormai vinto dalla forza dell’informazione e della cultura.

      Qualunque strada tu percorrerai, mai sazio di cultura e di lettura, di sapere e di conoscenza: saprai costruirti un mondo di piacere, lentamente assaporandolo, lontano da schemi conformisti e anacronistici presentati da falsi chef come Rubio che inneggiano, vinti e superati dal sapere e dalla cultura che a noi appartengono, a un vivere becero e privo di piacere, dove gli uomini non sono liberi, ma schiavi delle multinazionali del cibo precotto e insapore.

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