in sintesi un articolo che leggo su Il Salvagente, ma leggete con attenzione l’articolo; la quantità riscontrata infatti rientra nei limiti di legge, tuttavia come spiega una delle ricercatrici, Per quanto bassa e nei limiti di legge la presenza nel latte è comunque preoccupante per la salute umana.
Il punto veramente preoccupante è che aumentano le fonti di possibile contaminazione il che potrebbe portare ad una dannosa esposizione cronica.
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Bisfenolo nel latte. È il risultato di una ricerca choc realizzata dall’Università Federico II di Napoli e pubblicata nel numero di settembre del “Journal of food protection”, il mensile dell’Associazione internazionale per la protezione del cibo.
E ora rilanciata dal settimanale dei consumatori il Salvagente che ne pubblica integralmente i risultati nel numero in edicola da giovedì 10 ottobre (in vendita nel nostro negozio on line).
I professori del dipartimento di Farmacia dell’ateneo napoletano hanno cercato 5 bisfenoli (A, F, B, BFDGE e BADGE) in 68 confezioni di latte, intero e magro, fresco e Uht, vendute nei supermercati italiani.
Il risultato è stato eclatante: in 41 campioni è stato trovato almeno un bisfenolo e in 19 il “famigerato” bisfenolo A (Bpa).
Spiega al Salvagente il professore Albero Ritieni, uno degli autori dello studio: “Il Bpa è comunemente legato ad alcuni materiali, ma in questo caso abbiamo scelto appositamente contenitori ‘indenni’ a questo composto”. In teoria, dunque, non avreste dovuto trovare bisfenoli nel latte? “Infatti. Invece c’erano nel 60,3% dei campioni, anche se sempre sotto i imiti di legge. Escludendo i contenitori, appunto, la nostra ipotesi è che la contaminazione possa essere avvenuta in una delle fasi del processo di trasformazione o addirittura che possa trattarsi di una contaminazione ambientale, in questo caso deriverebbe dall’animale stesso”.
“Non si tratta – sottolinea al settimanale dei consumatori la professoressa Stefania Albrizio, tra gli autori del lavoro – di una presenza fuorilegge, in quanto per il bisfenolo B e il bisfenolo F semplicemente non esistono limiti. Per il Bpa, invece, il tetto massimo di migrazione fissato è di 0,6 mg per kg di alimento e tutti i nostri campioni erano al di sotto di questo tetto”.
Una presenza dunque legale, ma comunque poco rassicurante perché fa supporre un’esposizione molto più ampia di quella ipotizzata fino a oggi. Spiega ancora la Albrizio: “Per quanto bassa e nei limiti di legge la presenza nel latte è comunque preoccupante per la salute umana”.
Prosegue la professoressa: “Se le possibili fonti di contaminazione da bisfenolo sono tante si crea un problema di accumulo di questa sostanza nei tessuti adiposi. Ci troviamo di fronte, dunque, a un’esposizione che non è più acuta, ma cronica. In questo modo cresce il rischio di interferenza con i recettori endocrini e quello di una possibile sinergia con altre molecole di natura estrogenica o steroidea, il che può alterare i delicati equilibri endocrini dell’organismo”.