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Il tempo che ti piace buttare, non è buttato. (J. Lennon)

Muore un ciclista “famoso” e scatta la retorica; essere più costruttivi, no?

Al di là del dispiacere per la morte di Scarponi, che prima di essere uno sportivo era un marito ed un padre, non appena visti i titoli dei Tg e dei giornali che facevano riferimento alle piste ciclabili, ho capito che sarebbe iniziato il solito balletto con luoghi comuni e retorica, senza aggiungere nulla di costruttivo.

Come sempre si è persa l’occasione di trarre un insegnamento da una vicenda drammatica in modo tale da evitare che incidenti simili si ripetano in futuro.

Dapprima ho letto di un furgone che non aveva rispettato la precedenza e che il conducente non aveva visto il ciclista e subito ho pensato “in realtà non hai guardato”, ma poi c’è stato l’accenno al sole radente, ma senza nessun approfondimento, ci mancherebbe.

Se non fosse che io stesso mi sono trovato alle prese con il sole radente che in determinate condizioni rende invisibile anche un’auto, figuriamoci un ciclista.

Ed allora accantonare la retorica e parlare di fatti concreti sarebbe stato utile. Utopia, ovviamente…

P.S. A prescindere da tutto, i ciclisti sportivi e/o amatoriali le piste ciclabili non le usano mai, neanche se presenti in (peraltro pochi) tratti di strade extraurbane molto trafficate, come ho avuto mdo di notare più volte.

Leggi anche: Le piste ciclabili servono? Mi scrive FIAB Ciclobby e post correlati

Un assaggio del post di Maurizio Caprino

Alla tristezza per la morte di Michele Scarponi e per i suoi due bimbi piccoli che non vedranno più il loro papà si aggiunge quella di vedere come l’incidente costato la vita al campione sia stato usato per rilanciare in modo confuso il delicato e serio tema della sicurezza dei ciclisti.

Ancor più triste è stato constatare che sui social network i commenti si sono divisi come al solito tra chi insulta gli automobilisti perché non si curano della presenza di chi va in bici e chi insulta i ciclisti perché invadono a gruppi le strade imponendo la loro andatura e sbucando da tutte le parti.

Forse un modo accettabile per onorare la memoria di Scarponi è fare un po’ di chiarezza.

Innanzitutto, da quel che si è letto nelle cronache a proposito della ricostruzione dell’incidente, non ha senso tirare in ballo la sicurezza dei ciclisti: qui c’erano un corridore che si allenava per conto suo su strada aperta al traffico (dunque non un ciclista qualsiasi), un artigiano che guidava normalmente il suo furgone e un incrocio.

Qui, a norma di Codice della strada (articolo 145), entrambi avrebbero dovuto usare la MASSIMA prudenza per evitare incidenti. Da foto e testimonianze si capisce che forse nessuno dei due lo ha fatto.

Pare che, più semplicemente, il sole del primo mattino abbia accecato il guidatore del furgone.

L’unico insegnamento che si può trarre dall’incidente del povero Scarponi, quindi, è che il sole radente fa brutti scherzi e che di questo deve tenere conto non solo chi lo ha di fronte (questo è ovvio), ma pure chi viene in senso contrario (che spesso non se ne rende conto perché a lui quella luce non dà fastidio e quindi non lo sfiora il sospetto che chi viene di fronte potrebbe commettere errori dovuti all’abbagliamento).

continua la lettura qui: Strade sicure | Vietato sorpassare ciclisti se c’è meno di un metro e mezzo: così si vuol onorare #Scarponi?

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