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La storia della carne infetta rimbalza sui tutti i media, ma in realtà non è mai stata venduta

Ieri ho bucato la pubblicazione di questa notizia, causa problemi di lavoro che mi hanno assorbito ogni minuto libero, tuttavia spesso resto in attesa che Il Fatto Alimentare pubblichi in merito, in quanto l’informazione è piena di notizie strillate o mal raccontate.

In effetti, leggendo l’articolo di Valentina Murelli (qui in sintesi) si capisce che effettivamente la frode c’è stata ed è gravissima, tuttavia la notizia è stata raccontata in maniera imprecisa, aggiungendo confusione ed allarmismo evitabili.

Mi chiedo dove sia la difficoltà, per i professionisti della notizia, nel raccontare i fatti con precisione e completezza, magari informandosi un pò. 😉

* * *

La notizia del cosiddetto “sequestro di carni bovine infette” da parte del Nas di Perugia ieri ha fatto il giro della rete, ma è stata raccontata per lo più in modo impreciso, confondendo i tagli di carne con i capi vivi e gli animali infetti con quelli venduti con marchi auricolari contraffatti.

Si è così generato un certo allarme tra i consumatori. Vediamo di fare chiarezza.

Tutto è cominciato nel 2011, quando i carabinieri del Nas di Perugia hanno individuato in alcuni allevamenti tra Perugia e Todi tre focolai di malattie infettive tipiche dei bovini: tubercolosi bovina, brucellosi e blu tongue (lingua blu).

Come dichiarato nel comunicato stampa rilasciato dalle forze dell’ordine, gli animali malati nati in aziende dell’Italia meridionale e insulare, venivano fatti passare per sani eludendo i controlli, grazie al coinvolgimento di alcuni veterinari.

A questo punto i bovini erano avviati alla macellazione in diverse regioni avvalendosi dell’intermediazione di due aziende, una di Perugia e l’altra di Arezzo. Al termine di questa prima fase dell’indagine, sono stati posti sotto sequestro quattro allevamenti. I 500 bovini del valore commerciale di due milioni e mezzo di euro, sono stati abbattuti e distrutti per evitare un’ulteriore diffusione delle malattie.

Durante la conferenza stampa dell’operazione chiamata “Lio”, i carabinieri hanno detto chiaramente che le operazioni di sequestro e abbattimento dei capi sono avvenute prima della commercializzazione degli animali infetti. Questo vuol dire che la carne non è mai arrivata sulle tavole degli italiani.

Si tratta di una precisazione importante, perché la brucellosi e la tubercolosi bovina sono trasmissibili anche all’uomo (il contagio però non è semplicissimo e passa soprattutto attraverso il contatto diretto con gli animali, ma può avvenire anche per il consumo di carne o latte infetti).

Le indagini complessivamente hanno riguardato 21 province situate in 12 Regioni, coinvolgendo 65 persone (56 allevatori, 3 autotrasportatori e 6 medici veterinari di ASL del centro sud).

A operazione conclusa rimane una legittima domanda in sospeso: quanto ci si può fidare della carne che arriva a tavola?

Il capitano dei carabinieri Marco Vetrulli, si dichiara ottimista: «I risultati ottenuti dimostrano che le operazioni di controllo, condotte in collaborazione con gli organi sanitari sul territorio, Asl e Istititui zooprofilattici, funzionano».

In particolare per quanto riguarda il rischio di malattie infettive, i controlli previsti sono rigorosi e serrati. Ogni singolo capo negli allevamenti italiani registrati viene periodicamente controllato e se per caso si individuano animali infetti, questi sono allontanati e abbattuti e l’allevamento viene temporaneamente bloccato.

Per quanto riguarda brucellosi e tubercolosi (ritenute malattie storiche dei bovini italiani), le operazioni di cosiddetto “risanamento” sono iniziate già negli anni Cinquanta e oggi possiamo dire che la stragrande maggioranza delle stalle sono indenni.

Certo, il discorso vale per gli allevamenti regolarmente registrati, mentre su eventuali capi che fanno capo a strutture illecite ovviamente non c’è controllo.

Come tutelarsi, allora?

La regola principale è acquistare sempre in punti vendita autorizzati e non in esercizi occasionali (per esempio certi venditori ai margini dei mercati) e imparare a controllare le etichette.

Ricordando che una buona cottura abbatte definitivamente il rischio di trasmissione di eventuali infezioni, sia per quanto riguarda la carne, sia per quanto riguarda il latte (in particolare quello crudo, non pastorizzato, che è probabilmente il prodotto più a rischio).

 

2 commenti su “La storia della carne infetta rimbalza sui tutti i media, ma in realtà non è mai stata venduta

  1. Poppea
    12 giugno 2014

    Sì avevo sentito la cosa io di carne ne mangio pochissima e la prendo da macellai di Allumiere che hanno anche le mucche.

    Bisogna stare attenti alle sagre paesane, dove la carne viene spacciata per maremmana del luogo, invece viene da fuori.

    Ovviamente il turista non lo sa’ e cmq per me rimane truffa anche se la carne è buona.

  2. Morbida Dolcezza
    12 giugno 2014

    Questo è quello che hanno dichiarato (loro). Non è vangelo.

    Tutti i giorni abbiamo la dimostrazione che ci sono sempre cose che sfuggono ai controlli….purtroppo.

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