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Un libro: Il paese che brillò tra le luci del cromo

Giorni fa a Rai Ambiente si è parlato della vicenda di Tezze sul Brenta dove un’industria galvanica ha inquinato la falda acquifera con il cromo esavalente.

E’ sufficiente pensare che il limite di legge consentono 5 microgrammi di cromo per litro, ma nei pozzi ce n’erano 170 anche se in alcuni campioni ne hanno trovati 430.000 (e non è un errore di battitura).

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Il danno complessivo stimato dal Ministero è pari a 158 milioni di €, per le bonifiche si stima un importo compreso tra i 10 ed i 20 milioni (a seconda delle tecniche utilizzate), ma…

…siamo nell’italietta, per cui la causa civile per la morte di un lavoratore si trascina da una quindicina d’anni, l’azienda è fallita per cui niente risarcimenti, il processo penale per la morte di 14 lavoratori si è concluso, le bonifiche si fanno attendere, lo Stato i fondi li elargisce con il contagocce e la gente, si ammala…

Questo il riassunto della vicenda, tratto da Rai Ambiente:

Il dramma di una comunità che non riesce a liberarsi dall’incubo del cromo esavalente. Prodotto dalla Tricom Galvanica, ha inquinato per anni le falde acquifere, causando malattie e devastando l’ambiente naturale.

Un caso studiato anche dall’americana Erin Brockovich che, proprio sulle relazioni dei medici italiani sul caso Tezze, ha basato la sua battaglia per un analoga contaminazione in California, ottenendo da una multinazionale un risarcimento ultramiliardario per i danni arrecati alla popolazione e all’ambiente.

A Tezze, invece, non solo alle vicende giudiziarie non sono seguiti risarcimenti, ma addirittura non sono mai partite le bonifiche.

Pur senza dimenticare il cromo nell’acqua di Brescia, quanto visto ricorda la situazione di Casale Monferrato con l’amianto ed anche in questo caso abbiamo toccato con mano l’ingiustizia ed il disprezzo delle vittime.

Articolo correlato: Cromo nell’acqua: migliora la situazione a Brescia

Un libro: Un secolo di cloro e PCB. Storia delle industrie Caffaro di Brescia

 

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Nel cuore del Veneto, in quella che solo 50 anni fa era una rigogliosa campagna coltivata dove l’acqua potabile sgorgava in quantità e qualità dai pozzi di casa, ora si ergono sciami di capannoni, case strade e cemento a simboleggiare il “miracolo del nordest”, dove il lavoro viene prima di tutto e assume caratteristica di valore assoluto.

Ma la realtà un giorno bussa alla porta e presenta un conto drammatico…

Questo libro racconta del sogno di chi si addormenta bambino la sera in povere case coloniche prive del necessario, e si risveglia bruscamente adulto il mattino dopo nella società dell’opulenza.

È uno spaccato di due generazioni impegnate nel difficile passaggio dalla realtà rurale e contadina a quella industriale avvenuto in pochi decenni: un tempo troppo breve per metabolizzare un tale cambiamento.

Attraverso la delicata narrazione dell’autrice capiremo i protagonisti e le loro paure, ci riconosceremo nei loro tic e pregiudizi, nelle chiacchiere a volte maligne, nelle insicurezze nascoste dentro a un bicchiere di vino, nella loro grande e spontanea umanità.

Soprattutto ne riconosceremo le radici profonde, delle quali le nostre vite sono testimonianza dolente e fiera.

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