Paoblog.net

Il tempo che ti piace buttare, non è buttato. (J. Lennon)

Alimenti: attenzione all’etichetta

Tra i cultori dei formaggi di baita e chi mangia sottilette, chi si alimenta meglio? Quelli che scelgono il formaggio “naturale” acquistato dal produttore, verrebbe da dire. Eppure la rustica capanna di montagna non offre le stesse garanzie igieniche di uno stabilimento che produce un banale e standard latticino confezionato.

Allora chi ha ragione? Dipende da quali sono le esigenze di partenza: cibi “buoni” o “cattivi” tout court non esistono. Quello che vale sempre per tutti è invece la necessità di tenersi informati, a partire da una lettura attenta di quanto viene riportato sull’etichetta degli alimenti.
Strumento prezioso, dell’etichetta si ignorano spesso particolari banali ma utilissimi, come il fatto che gli ingredienti siano elencati in ordine decrescente di peso. Il primo ingrediente, insomma, è quello più presente in quell’alimento.

In quest’ottica, che idea ci facciamo di una tavoletta di cioccolata il cui primo ingrediente è il cacao, rispetto a un’altra che riporti in testa i grassi? O di un succo di frutta che abbia in pole position lo zucchero, invece della frutta?

Con un po’ di attenzione e pazienza si può anche imparare a smascherare piccoli trucchi: per esempio l’abitudine a scomporre lo zucchero presente in un alimento nelle diverse componenti: “zucchero” e “sciroppo di glucosio”. Separati possono essere indicati in seconda o terza posizione, sommando le percentuali, invece, sarebbero dovuti comparire in testa alla lista ingredienti. Ma sempre di zucchero si tratta…

Attenzione anche a tutte le “esche” che le aziende mettono sulle confezioni: come “con olio extra vergine di oliva”. In genere non è obbligatorio riportare la quantità di un ingrediente, tranne appunto nel caso di ingredienti particolarmente importanti perché “caratterizzanti” o perché messi in rilievo nella confezione, per esempio tramite un disegno. A volte la lettura dell’etichetta lascia sorpresi: ci si fa un’idea condizionata da immagini e strilli, e poi andando a leggere le percentuali sono irrisorie: cosa può aggiungere l’1% di olio di oliva a un pesto in vasetto fatto per lo più con olio di semi?

Un’altra informazione fondamentale presente in etichetta è la data di scadenza. Distinguiamo i termini: la dicitura “da consumarsi preferibilmente entro” indica la data fino alla quale l’alimento conserva le sue caratteristiche ottimali ma oltre la quale potrà essere comunque consumato senza particolari rischi per la salute.

Per i prodotti particolarmente deperibili, invece, c’è una vera e propria data di scadenza, indicata dall’espressione “da consumarsi entro”. Deve essere riportato giorno, mese e anno di scadenza nel caso di prodotti con durata inferiore a tre mesi, come yogurt e mozzarelle; mese e anno nel caso di quelli con durata tra tre e diciotto mesi e solo l’anno per i prodotti che possono resistere per più di un anno e mezzo, come i pelati. È raro che in etichetta compaia la data di produzione.

In sostanza il consumatore non può sapere quanto effettivamente sia fresco un prodotto. Non sempre termini di scadenza ristretti sono sinonimo di prodotto fresco, a volte le aziende si auto-limitano nelle date di scadenza proprio per far apparire i propri prodotti più freschi. Alcuni elementi utili possono trovarsi nelle tabelle nutrizionali, facoltative ma ormai sempre più diffuse perché le informazioni relative al valore energetico e alla presenza di proteine, carboidrati, grassi, fibre, vitamine e sodio sono ormai indispensabili nell’era del fitness.

Ma l’etichetta nutrizionale è un buon indicatore anche della qualità del prodotto: troppi grassi, per esempio, possono far sospettare un prodotto scadente che si è voluto “arricchire” con il condimento. Poche proteine in una preparazione a base di carne possono indicare le presenza di parti meno nobili dell’animale.

Attenzione al calcolo delle calorie: spesso le tabelle nutrizionali riportano, oltre alle calorie per 100 g, quelle per porzione. Ma in qualche caso si tratta di microporzioni addirittura più basse in peso della singola confezione in cui è suddiviso quel cibo. Un esempio: la merendina che pesa 30 g e le calorie a porzione calcolate su 25 g. Un palese tentativo per far apparire “leggeri” anche cibi notoriamente calorici.
Cosa fare  Su

Leggere sempre con attenzione l’etichetta sulle confezioni dei prodotti. Un po’ faticoso all’inizio, ma utilissimo per evitare brutte sorprese.

Per saperne di più  Su Libri:
Stefania Cecchetti, I mostri nel mio frigorifero, Terre di Mezzo editore, 2008, pp. 201

Fonte: www.viviconstile.org

Articoli correlati

Leggere le etichette serve: https://paoblog.wordpress.com/2009/09/19/compri-i-totani-e-mangi-gli-additivi/

Additivi: https://paoblog.wordpress.com/2009/02/24/additivi-alimentari-conoscerli-ed-evitarli/

Aromi: https://paoblog.wordpress.com/2009/11/14/alimentazione-il-mistero-degli-aromi/

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 9 febbraio 2010 da in Consumatori & Utenti, Sicurezza alimentare con tag , , , , , .
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: