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Il tempo che ti piace buttare, non è buttato. (J. Lennon)

Disinformazione, pubblicità gratuita a #quellilà e la superficialità dei giornalisti…

Alcuni giorni fa ho visto il titolo (con foto) di un articolo che al solito altro non fa che battere la grancassa a #quellilà che di fatto si nutrono della martellante pubblicità gratuita che le vittime fanno ai carnefici, grazie alla superficialità dei mezzi d’informazione.

Questa volta mi tocca pubblicare la foto, sennò non si capirebbe dove voglio andare a parare…

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Non si parla di nascondere le notizie, ma di racontarle in maniera diversa; ad esempio qualche giorno fa ecco che in un TG si parla di una sconfitta militare di #quellilà che avevano perso un’importante città irachena e con quale foto corredano la notizia?

Con i soliti incappucciati neri, con bandiera sventolante, e via dicendo.

Chissà, forse mandare in onda immagini di #quellilà prigionieri, sarebbe stato più logico e coerente con la notizia…

L’immagine che segue è ovviamente riferita alla II guerra mondiale, tuttavia il succo del discorso resta quello; non è certo un bel vivere se si deve diffidare di tutto e tutti, ma anche se dobbiamo cercare di non cambiare abitudini per non darla vinta a #quellilà, in ogni caso non è il caso di amplificare le loro gesta all’infinito.

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Io sono un normale uomo della strada, tuttavia a conferma del mio sentire ecco le parole di François Jost, semiologo, docente alla Sorbona di Parigi, direttore del Laboratorio di comunicazione, informazione e media e del Centro degli studi mediatci sull’immagine e i suoni:

Serve ripensare al ruolo dei media. Dalla televisione ai social. Che troppo spesso amplificano le gesta dei jihadisti

Per approfondire leggi il post: Se chi posta sui “social” la smettesse di fare il gioco dei terroristi…  ed articoli correlati.

Ma leggi anche le parole del generale Luciano Piacentini, consigliere scientifico della Fondazione Icsa, il più autorevole think tank strategico italiano, già comandante delle forze speciali del Col Moschin e direttore dal 1986 all’89 della VII Divisione del Sismi:

Gli attentati (a Bruxelles) sono «una risposta immediata all’arresto di Salah Abdeslam».

E sono da attribuire «alle modalità con cui è stata gestita la sua cattura», ovvero all’eccessiva pubblicità data «alla disponibilità di Salah a collaborare con le autorità».

Con un soggetto del genere tutto doveva essere fatto nella massima riservatezza. Nessun dettaglio sarebbe dovuto trapelare, proprio per non dar luogo a reazioni immediate da parte dell’organizzazione terroristica.

Ieri ho poi letto un articolo di Paolo Attivissimo che una volta di più attesta della superficialità (e scarsa professionalità) dei giornalisti:

L’attentato all’aeroporto Ataturk di Istanbul ha scatenato la frenesia dei giornalisti di pubblicare immagini scioccanti.

Come al solito, in questi casi, quando bisognerebbe aumentare i controlli per evitare disinformazione, invece il giornalismo dilettantesco abbassa la già scarsa guardia e pubblica qualunque cosa, comprese foto false o che non c’entrano nulla, e non si degna nemmeno di rettificare.

continua la lettura qui: Come nascono le teorie di falsi attentati e messinscene? Così: per superficialità dei giornalisti | Il Disinformatico

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