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Il tempo che ti piace buttare, non è buttato. (J. Lennon)

Se ognuno di noi isolasse gli incivili con cui ha a che fare…

pensieri paroleQualche giorno fa è passato in azienda il medico per l’inutile sopralluogo annuale e, parlando del mondo del lavoro in genere, mi raccontava di alcuni suoi amici che lui chiamava gli imprenditori ladri.

Gente con la quale andava a scuola, per cui amici di vecchia data che nel corso degli anni hanno avviato attività che, vuoi per l’evasione sistematica delle tasse come per la generosa elargizione di mazzette ad ogni livello, ha permesso di allargare il giro d’affari e soprattutto di foraggiare il loro conto in banca.

Un paio di volte mi ha detto che glielo dice in faccia che sono dei ladri, tuttavia li frequenta da decenni, a quanto pare senza problemi etici o morali.

Io no, non potrei.

Ai tempi della superiori ho scoperto che uno dei miei amici, di quelli che frequentavo anche al di fuori della scuola, era (anche) un ladro; che lo facesse per noia, per voglia di trasgressione oppure per incrementare le sue finanze, poco importa.

Va da sè che l’amicizia è morta velocemente, non senza avergli detto più volte il mio punto di vista sui suoi comportamenti.

Non so, per quel che mi riguarda è sufficiente essere incivili, gettare rifiuti in giro, fare la classica truffa assicurativa che non si nega nessuno (perdonate la generalizzazione, ma ne sento tanti…), per scendere ai minimi livelli nella mia classifica di gradimento. Ed io non intendo sprecare tempo per frequentare persone che non stimo.

D’altro canto, torno per un attimo alle parole di Joan Morris DiMicco, un ricercatore di Ibm specializzato nello studio di software sociali negli ambienti di lavoro, e Barbara Pachter, esperta di etichetta nel lavoro e autrice di New Rules @work:

Che cos’è in fin dei conti l’amicizia se non la condivisione di interessi, esperienze e amicizie?

Il problema nasce quando si bruciano le tappe e si chiede l’amicizia prima che nasca questo desiderio di condivisione.

In questo caso si parlava dell’amicizia secondo i parametri di Facebook, sopravvalutata da molti (sono popolare, ho 1000 amici!), ma le persone serie si comportano in ambito virtuale come nella vita reale e quindi come fai a condividere la tua vita con un disonesto?

Sarò fatto a modo mio, tuttavia mi ritrovo in quel poliziotto di Southland, già citato altre volte:

Nella puntata di ieri la pattuglia di poliziotti vede che dall’auto che li precede uno butta una buccia di banana dal finestrino, lo fermano e lo multano.

Un poliziotto dice: “lo multiamo per una buccia di banana?”

L’altro: “uno stronzo che inquina poco, resta uno stronzo.”

Appunto.

L’ho già detto più volte, per certi elementi serve la gogna sociale ovvero bisogna evitare di avvalersi dei loro servizi, non comprare nei loro negozi, non frequentarli a livello personale, isolarli.

Giorni fa leggevo un’interessante post di Licia Corbolante nel quale partendo da un aneddoto personale si sviluppava poi un’analisi linguistica, ma in questo caso è l’aneddoto che mi interessa e che conferma come il mio punto di vista sia condiviso:

Ieri in un negozio milanese mi ha molto colpita un’interazione tra acquirente A e venditrice V, entrambe sui 45-50 anni. Non tornerò più in quel negozio, e il motivo è sintetizzato in un punto del manifesto provvisorio di Parole O_stili:

Le parole danno forma al pensiero. Mi prendo tutto il tempo necessario a esprimere al meglio quel che penso. Uno stile sbagliato con le parole giuste non serve. Le persone ricorderanno più facilmente come le ho fatte sentire piuttosto che quello che ho detto loro.

A era straniera ma si esprimeva molto bene in italiano, con padronanza avanzata del lessico, della grammatica e dei registri. Si è sempre rivolta a V dandole del lei.

V invece ha optato per il tu, modi melliflui ed espressioni di rinforzo (ma sì, brava…), di guida dell’attenzione (attenta che ti faccio vedere… ) e uso di ridondanze e di diminutivi (ho questa cremina…) che di solito sono riservati ai bambini o a chi capisce poco e male. 

V invece aveva scelto di ignorare le competenze linguistiche e pragmatiche di A, come dimostra l’uso dell’allocutivo tu e del linguaggio per bambini. Ne risultava un atteggiamento paternalistico che creava una forte asimmetria tra V e A.

Mi sono sentita mortificata per A perché dietro la gentilezza di facciata percepivo sprezzo e quindi anche ostilità. E ora rivelo che A parlava molto bene, ma aveva l’accento di un paese “da badante”, se fosse stato diverso probabilmente avrebbe avuto un altro trattamento.

 

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