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La pubblicità di cattivo gusto paga…?

Articolo aggiornato dopo la pubblicazione

Leggo oggi sul Corriere.it di questa pubblicità che, al pari di tante altre, scivola nel cattivo gusto abbinando un sedere femminile ad un succo di frutta; visto che questo tipo di pubblicità si ripropone ciclicamente va da sè, vuol dire che paga più delle eventuali sanzioni e censure (nel senso di autocensura pubblicitaria).

Della malafede e dello scarso rispetto dei geni del marketing faccio a meno di parlare, basta vedere le precedenti campagne bloccate, tuttavia è assai triste prendere atto che il pubblico è così manovrabile da certe immagini e/o abbia un così basso livello di rispetto delle donne, in questo caso, ma anche di altre situazioni, tipo certe pubblicità con bambine ammiccanti ed in pose ben più adatte a delle modelle maggiorenni.

Salvo poi oscurare il viso del figlio dell’attore sulla copertina del settimanale di turno. Una società ben più che ipocrita, questa…

(Rinnovo l’invito a boicottare i furbetti, ma anche chi dimostra scarso rispetto delle donne, ma anche della nostra intelligenza)

Questa la pubblicità, per altre considerazioni vi rimando all’articolo del Corriere.

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19 giugno 2014: La pubblicità SanFruit Sant’Anna, diffusa attraverso dei manifesti  nella metropolitana milanese è stata censurata dal  Comitato di Controllo del Giurì e deve essere ritirato.

Nella sentenza di censura  la decisione viene motivata perchéil corpo femminile viene equiparato ai prodotti che si pubblicizzano accostando la pienezza del gusto a quella della parte anatomica esposta.

Tutto ciò in spregio a quanto previsto dall’art. 10 del Codice, secondo cui “la comunicazione commerciale deve rispettare la dignità della persona umana in tutte le sue forme ed espressioni”.

Il testo prosegue dicendo Il corpo femminile nel caso di specie è ridotto alla stregua di un prodotto da consumare, realizzando un ingiustificato svilimento della sua dignità e la sua mercificazione: il particolare anatomico viene utilizzato a fini meramente commerciali, peraltro senza alcuna attinenza al prodotto ma al solo scopo di colpire l’attenzione del pubblico ad ogni costo.

Fonte

 

2 commenti su “La pubblicità di cattivo gusto paga…?

  1. Valeria75
    6 gennaio 2016

    Secondo me, questo manifesto non è assoltamente offensivo: la modella indossa uno slip decisamente castigato. Viceversa, il manifesto sarebbe stato di cattivo gusto se la modella avesse indossato un perizoma o un tanga.

    • paoblog
      7 gennaio 2016

      Ritengo sbagliato l’approccio al problema ovvero non è offensiva in quanto la modella ha uno slip piuttosto che un perizoma, ma perchè un sedere femminile abbinato a dei succhi di frutta è assolutamente fuori contesto e quindi il corpo femminile viene utilizzato come semplice richiamo.

      Ed infatti le motivazioni della censura applicata dal Giurì spiega al meglio il tutto.

I commenti sono chiusi.

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