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Se il Progetto contro il lavoro nero in agricoltura cammina in salita…

pensieri paroleIn questo post si parla dello sfruttamento del lavoro nero in agricoltura, e per forza di cose si parla di immigrazione più o meno clandestina, ma come sempre accantono i risvolti politici, da una parte e dall’altra.

Resta il fatto che molti di quelli che si battono, a parole, contro l’immigrazione e/o contro lo sfruttamento, poi sono i primi ad approffittare dell’occasione di avere una massa di lavoratori da pagare con pochi Euro e privandoli di ogni diritto e tutela.

E moltissimi cittadini (ovvero consumatori) fanno altrettanto, strepitando su Facebook come al bar, e poi comprano in tranquillità alimenti prodotti sfruttando il lavoro dei clandestini oppure acquistano articoli taroccati, danneggiando di conseguenza aziende italiane ed alimentando la criminalità che gestisce questi traffici.

Per frenare questa ondata di immigrazione sono molti i passi da fare e non tutti alla nostra portata, tuttavia nel momento in cui ne approfitti, va da sè che l’immigrazione clandestina (e la rete criminale ad essa collegata) la alimenti piuttosto che contrastarla.

E non sono tanto gli stranieri a rubare il lavoro agli italiani, ma sono altri italiani che potrebbero utilizzare manodopera italiana che preferiscono sfruttare gli stranieri pagandoli una miseria; di fatto gli scafisti sfruttano i loro stessi compatrioti e gli italiani danneggiano altri italiani.

Un cerchio perfetto.

Senza dimenticare che molti italiani certi lavori non li vogliono fare, anche se molto richiesti, aprendo di fatto la porta agli stranieri, che siano illegali o meno. Ed infatti quanti (bravi) pizzaioli egiziani ci sono nei locali?

In ogni caso ho esperienza diretta con dipendenti che ritengono basso uno stipendio di 1900 € al mese …

Un articolo correlato: Manca il lavoro, mai pensato di fare la sarta? che cade a fagiolo dato che ora che la Signora K è andata in pensione, nel laboratorio dove lavorava sono prossimi alla chiusura in quanto non si trova una persona, italiana o straniera che sia, in grado di sostituirla.

Su Il Test di giugno ho letto un’approfondita inchiesta sullo sfruttamento nel settore agricolo che, per quel che mi riguarda, pur conoscendo il problema, mi ha riservato alcune sorprese.

Il Presidente di Terra onlus, che unitamente a daSud e Terre Libere, ha lanciato la Campagna #FilieraSporca afferma che: Quando lo sfruttamento è strutturale è inutile riferirsi all’emergenza.

Il termine strutturale la dice lunga sul problema ed infatti leggendo l’inchiesta emerge chiaramente come lo sfruttamento sia conosciuto e gradito a molte aziende del settore.

Leggo che secondo il Presidente di Coldiretti Catania il problema è soprattutto nella concorrenza con il prodotto esterno e nella politica dei prezzi di multinazionali e della Grande distribuzione.

A proposito di Gdo, leggi: Promozioni e sconti al supermercato? L’Antitrust rivela tutte le furberie.

In Calabria acquistano i colossi del settore, come San Pellegrino e San Benedetto e fino al 2010 anche la Coca Cola che dopo la rivolta dei braccianti di Rosarno, ha abbandonato la Calabria temendo di danneggiare la sua immagine.

Coldiretti afferma che le grosse aziende pagano le arance da succo 7-8 centesimi al chilo, tuttavia calcolando il lavoro di raccolta e quello di trasformazione, il prezzo equo sarebbe di 15 centesimi.

Questa politica dei prezzi imposti mi ricorda il problema del latte lombardo, di qualità superiore, ma sottopagato, a favore di latte più scadente di provenienza estera: Prezzo del latte in Lombardia: saltano le trattative

Va da sè che per riuscire a stare in questi prezzi capestro, i produttori devono risparmiare sulla manodopera, così come in altri settori si perde in qualità.

D’altro canto io per primo in azienda devo scontrarmi con richieste assurde: Listino bloccato per 12 mesi, sconto 10%, varie ed eventuali. E poi? Ti lavo anche la macchina?

Resta il fatto, però, che leggo che i problemi di caporalato e sfruttamento partono da lontano, ed erano presenti anche quando il mercato offriva prezzi più remunerativi, per cui mi vien da pensare che il Sistema sia marcio nelle fondamenta.

Vengono poi citate le condizioni di fruttamento, al limite della schiavitù, dei braccianti del Fucino, dove oltre 9500 lavoratoiri percepiscono 2,50 € all’ora, per giornate lavorative con una durata media di 12-14 ore.

Successivamente si affronta il problema delle responsabilità della Gdo che, anche se di solito non entra in contatto con il caporalato, in ogni caso ben conoscono i problemi del settore, usandoli a loro favore più che contrastarli.

E secondo me torna prepotente la responsabilità anche di noi consumatori che dobbiamo avere un approccio più Etico, tenendo presente che è possibile acquistare prodotti di qualità, senza peraltro spendere di più, anzi il contrario, il che la dice lunga sulle politiche commerciali di certe catene che a fronte di prezzi più bassi, ottenuti grazie allo sfuttamento dei lavoratori come di comportamenti vessatori nei confronti dei fornitori, non riducono i prezzi di vendita.

Leggi: Si riesce a fare la spesa abbinando Etica & Convenienza?

Scriveva tempo fa il fatto Alimentare, riferendosi ai prezzi ribassati imposti ai fornitori: il supermercato alla fine paga meno il prodotto, ma questo non comporta una ricaduta concreta nel listino.

Resta il fatto che nelle aziende fornitrici ci lavorano delle persone ed a furia di tirare il collo ai fornitori, imporre la riduzione dei prezzi, pagare in tempi lunghissimi, si rischia la chiusura, la perdita di posti di lavoro e della professionalità di migliaia di piccole aziende che, alla fine dei giochi, sono quelle che tengono in piedi il Paese.

Torniamo all’accoppiata sfruttamento e Gdo…

Il Test ha intervistato Chiara Faenza, responsabile Sostenibilità ed innovazione valori di Coop Italia che racconta una verità che conosco bene, anche se non opero nel settore ovvero che la qualità ha un prezzo che non tutti vogliono pagare.

Arrivo infine alla lettura dell’articolo incentrato su Equapulia, un progetto messo in piedi dall’Assessore Guglielmo Minervini, della Regione Puglia.

E da questa lettura è nato il titolo del post, infatti a quanto pare gli ostacoli posti sul cammino del progetto arrivano da più parti, a testimonianza che nessuno è innocente.

All’iniziativa è collegato il bollino di qualità Equapulia e l’invito ai consumatori di acquistare questi prodotti, sostenendo nel contempo le aziende che fanno la loro parte usando manodopera trattata in maniera equa.

Se non fosse che a fronte di 800 lavoratori, su 1200, che si erano iscritti alle liste di prenotazione, ecco che molte aziende continuavano a rivolgersi al caporalato, sia per contenere i costi, sia nel timore che uscendo da quella zona di lavoro al limite della legalità, se non peggio, potessero poi emergere altri comportamenti discutibili tenuti negli anni.

Ed ecco quella che per me è una grossa sorpresa ovvero quasi tutte le associazioni di categoria firmano il protocollo d’intesa di Equapulia, ma non Coldiretti e mi piacerebbe capire perchè.

Non mi stupisce leggere che ci sono state resistenze anche da colossi del settore, come Auchan e Prices, stimolate ad aderire da una campagna di pressione sui media.

Ma tra il dire ed il fare, come sempre…

Spiega Minervini che: A parte poche eccezioni, come Coop, l’impressione è che ci sia molta ipocrisia; le multinazionali pur non avendo rapporti diretti con i campi, sanno che i pomodori possono arrivare sporchi di capolarato, eppure continuano a tenete bassissimi i prezzi.

Il Progetto Equapulia  è riuscito a ripulire un poco il settore, tuttavia leggo ad esempio che solo il Consorzio Futuragri ha messo in commercio pelati con il bollino di qualità.

E gli altri?

Leggi anche:

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