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Antibiotici nel latte: è un problema, un allarme o siamo nei limiti?

Quando leggi un titolo che parla di analisi choc, la tentazione di condividere i contenuti sul Blog oppure con gli Amici che ti seguono, è forte, ma so da tempo che quando il titolo è forte, è meglio aspettare ed approfondire ed i fatti mi hanno dato ragione.

Nei giorni scorsi ho visto il lancio dell’inchiesta su Il Salvagente, rivista che apprezzo, ma che come molti altri spesso scivola su titoli ad effetto, che poi vengono smorzati dai contenuti dell’articolo.

Capisco la necessità di attirare l’attenzione dei lettori, ma in un mondo dove molti si fanno un’opinione solo leggendo il titolo, non è l’approccio che preferisco, tanto più considerando il fenomeno dell’analfabetimo funzionale che di fatto porta molti a non capire quello che leggono.

Se il titolo sulla rivista – “Ombre sul latte” – gettava il seme del dubbio nel consumatore, quello dell’articolo online era ben più allarmistico – “Antibiotici e farmaci nel latte italiano: le analisi choc del Salvagente” e sappiamo che è sono gli articoli online che girano con una velocità tale che poi non li fermi più.

Leggi il commento del direttore di Ruminantia® Alessandro Fantini, sull’inchiesta relativa al latte realizzata dal Il Salvagente.

Da semplice consumatore resto dell’idea che meno residui di farmaci troviamo negli alimenti che consumiamo e meglio è, tuttavia come scrivono su Il Fatto Alimentare:

“L’inchiesta … punta il dito su 21 campioni di latte fresco inviati in laboratorio, che hanno evidenziato in oltre la metà dei casi la presenza di residui di antinfiammatori e antibiotici autorizzati. Le quantità rilevate erano tutte ben al di sotto dei limiti di legge.”

Quindi, in 12 campioni su 21 c’erano dei residui, che però rientravano decisamente nei limiti imposti dalle normative.

Lo choc, quindi, rientra, ma il lettore frettoloso ormai si è fatto un’opinione ed infatti Il Fatto Alimentare precisa che:

“Nell’articolo sul latte viene detto che i valori riscontrati sono nei limiti, ma questo concetto diventa secondario di fronte a un titolo accattivante e una narrazione colpevolizzante.”

Come dicevo prima, da consumatore preferirei non avere residui di farmaci negli alimenti, tuttavia anche in questo caso Il Fatto Alimentare chiarisce il punto:

“La definizione di limiti è giustificata perché lo zero assoluto non esiste. Oggi con gli strumenti usati nei laboratori, trovare tracce di farmaci, di contaminanti, di batteri e quant’altro in quantità ridicole rispetto a quelli previsti nel cibo analizzato è molto facile. Questo però non rappresenta un pericolo per la salute.”

Giusto pochi giorni fa ho visto una puntata di Melaverde dove l’allevatore di mucche da latte spiegava che nel loro allevamento i farmaci non venivano somministrati a scadenze prefissate, ma solo in caso di effettiva necessità ed ovviamente rispettando le rpescrizioni della legge.

Integro con quanto affermato in questo articolo da Granarolo che una volta di più mi sembra l’azienda più attenta alla comunicazione con il consumatore ed al rispetto di un’etica del lavoro: 

“Animali che stanno bene e non hanno bisogno di essere trattati con i farmaci possono infatti produrre un latte di qualità più elevata, più gustoso al palato e più sicuro per il consumatore, garantendo anche all’allevatore una maggiore reddittività.”

Nota a margine: c’è da dire che spesso le analisi e/o test condotti dalle varie associazioni di consumatori sono in contrasto fra loro e seguite poi da velate accuse o polemiche il che non fa il bene del consumatore che si disorienta e non sa più a chi credere.

Leggi anche:  Se i test danno risultati opposti, il consumatore si confonde…

Situazione che capita di frequente con Altroconsumo, associazione della quale sono socio da decenni, anche se ultimamente mi sono trovato in contrasto con il loro modo di fare ed anche di analizzare, a testimonianza del fatto che al di là della quota pagarta ogni anno, mi riservo di pensare con la mia testa.

In conclusione, quindi, è giusto restare sul pezzo con analisi ed aggiornamenti delle stesse, in modo che il consumatore sappia che cosa acquista, ma di titoli allarmistici ne faccio a meno.

Vedi, ad esempio:

Bollo auto addio: altro titolo perentorio, ma la realtà dei fatti invece…

Soliti “titoli ad effetto”, ma in realtà gli imprenditori non dichiarano meno dei lavoratori dipendenti

I soliti titoli assurdi; ma siamo sicuri che l’auto sia “impazzita”?

Al solito i titoli dei giornali non rispecchiano nè la logica nè la realtà dei fatti

 

 

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